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SALONE DEL LIBRO/ Un giorno di "follia", tra Briatore e i Teletubbies

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Forse Briatore non ha poi tutti i torti… Salone del Libro, giornata di apertura e allora «let's go you and I», direbbe Prufrock, andiamo a questa festa di cui sappiamo già tutto, che cosa aspettarci, i suoni, i colori, gli umori. Tutto? Eh no, perché il giovedì non ci si era mai andati, al Salone, e il giovedì è un giorno speciale, di scarso pubblico e spazi vuoti, in cui emerge il vero protagonista di questa fiera, il solo che in fondo, ammazzandosi di lavoro e segnato dalle occhiaie già il primo giorno, ci si diverte come un poliziotto alle elementari: è il giorno del Quarto Stato.

Perché sì, d'accordo, gli espositori. Terzo Stato di un regno in decadenza, con i barbari alle porte, anzi già in casa: enti pubblici, associazioni, corpi militari, inventori di giocattoli, persino qualche editore, incastrato tra il chiosco della pasta Voiello e quello del nuovo yogurt plurigusto di cui colpevolmente non ricordiamo, né You né I, il nome. Persino qualche editore, si diceva, persino di quelli che lo fanno con mestiere e passione, che cercano il lettore perché ogni lettore è qualcuno che dice «bello ciò che ami, mi interessa»: si vede, perché chiedi un libro e s'illuminano, e te ne propongono un altro, e di fronte al tuo diniego, al ricordo dello spread, te lo regalano lo stesso (andando chiaramente sotto) perché ci tengono che tu lo legga. Tra questi, di gran moda gli animali rari, come urogalli, ornitorinchi e dromedari, i primi due dando il nome a due attrezzate case editrici di letteratura porto-gallega e di studi socio-politici; il terzi, a patrocinare delle bellissime e coloratissime edizioni per bambini. 

Persino qualche editore, in questo regno decadente, ma oggi è giovedì, e il giovedì al Salone «boys don't cry» and «girls just want to have fun». Quali boys e quali girls? Ma il Quarto Stato della cultura, of course. Editor e addetti stampa, per esempio, impagabili e imperdibili nel loro rincorrersi, fingersi ascolto, restituirsi reciprocamente numeri di telefono già in loro in possesso e che non hanno alcun interesse a usare. O i digitalisti, gli innovatori, quelli che «progettano soluzioni di architetture digitali per innovazioni di prospettiva» senza preoccuparsi di capire che la forchetta a tre o quattro rebbi è importante, ma non prima che ci sia un maccherone che la preoccupi, che ne pre-occupi l'ideazione e lo sviluppo. E in questo Quarto Stato, vien da pensare, chissà quanta passione, quanto desiderio sincero e nascosto a se stesso di lavorare realmente al servizio di qualcosa, meglio, di qualcuno, di qualcuno che ti chieda una cosa precisa, che ti rimproveri se non la fai o la fai male; e quanta perdizione invece, quanto vagare increduli e incerti come il profeta e il sacerdote di Geremia, che «si aggirano per il paese e non sanno che cosa fare». Vien da pensare a Briatore, davvero, che almeno con una pizza se tutto va male ci si consola…



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