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CROCIATE/ Si può ancora amare la "spada" più della fede?

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Caravaggio, Incredulità di san Tommaso (1601) (Immagine d'archivio)  Caravaggio, Incredulità di san Tommaso (1601) (Immagine d'archivio)

Cultura, carità e missione non sono un programma antropologico o associativo, sono le dimensioni di una vita che sboccia quando è toccata dall'incontro con Cristo. Per questo pretendere, oggi, che queste dimensioni siano vissute senza l'incontro con il Risorto significa ridurre il cristianesimo ad un patrimonio di civiltà che non diventerà mai vivo, attuale presente se non passando per la carne, la ragione e l'affezione, di un singolo Io. 

Come è possibile che un giudizio come il Suo sulle Crociate, allora, diventi mio? C'è una sola strada: che io incontri oggi qualcosa che ridesta in me la stessa passione al Vero, al Buono e al Bello che ha condotto tanti – seguendo con abnegazione e sacrificio don Giussani – a costruire l'inizio di qualcosa di nuovo. Seguire Cristo, dunque, vuol dire per me seguirlo ora, nella docilità alle persone che Egli ha posto come irriducibili pietre di paragone e che, proprio per questo, ci danno terribilmente fastidio. In questo senso non posso non tener conto, nel mio giudizio sulle Crociate, di quanto il Papa Giovanni Paolo II – oggi santo – fece nel marzo del 2000 quando chiese perdono per le "colpe commesse con comportamenti contro l'amore, la pace, i diritti dei popoli, il rispetto delle culture e delle religioni". Le Crociate, qualunque ne sia stata la genesi storica, sono risultate agli uomini del nostro tempo una forma di contro-testimonianza che oggi non va difesa a tutti i costi, ma che va riconosciuta – come ebbe a dire in quell'occasione don Giussani – per affermare un'ultima inesorabile positività: quella positività che ci fa dire che la Chiesa è libera anche dal proprio male perché, più grande del male, è Cristo. 

A me spiace se nel mio articolo sono risultato sbrigativo o "corrotto" dal laicismo: ci sono persone che per tutta la vita hanno studiato le Crociate e a cui io non posso dare nulla, se non un'ultima – intima – certezza, quella di non temere di affermare che gli uomini di Chiesa hanno sbagliato perché tutti noi, in forza dell'incontro con Cristo, siamo liberi anche dal nostro male. Ed è di questo che noi andiamo fieri: non delle opere dei nostri Lari e dei nostri Penati, ma del fatto che Egli – Gesù Cristo – ha vinto e, vincendo, ha avuto pietà del nostro niente che magari, per un ragazzino di quindici anni, può volere anche semplicemente dire l'incapacità di dire con verità "ti amo" alla propria compagna di banco. Anche di questo si occupa Cristo. Anche da questo Egli ci libera.

Che bello averle scritto, Eccellenza. Suo devoto in Cristo,
don Federico Pichetto

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COMMENTI
14/05/2014 - Crociate (Pierluigi Assogna)

Concordo pienamente con entrambi gli articoli. Bravo don Federico!