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ELEZIONI/ Vittadini: Europa e welfare, quale modello?

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Anticipazione del contributo di Giorgio Vittadini sul tema del welfare europeo al nuovo numero di Atlantide dal titolo "Fatti e non fatti d'Europa" che sarà presentato lunedì 19 maggio a Milano


Uno degli elementi che caratterizza in modo esclusivo la cultura europea, la cui conquista ha interessato tutta la sua storia, è il welfare universalistico: il diritto per tutti, indipendentemente dalla classe sociale, di accedere a servizi sanitari, educativi, assistenziali di uguale qualità. A conferma della sua unicità basti pensare non solo ai Paesi emergenti, ma anche agli Stati Uniti con le difficoltà che la riforma sanitaria di Obama sta incontrando. 

Formatosi nel corso dei secoli a partire da opere sociali nate dalla libera iniziativa di cittadini singoli o associati, il welfare europeo ha via via implementato la sua capacità di rispondere ai bisogni della popolazione. Progressivamente, sempre più importante, è stato, soprattutto nel secolo scorso, il ruolo del welfare state che, fondato su un progetto di giustizia sociale, ha utilizzato la progressività dell’imposta e la capacità del settore pubblico di ridistribuire ricchezza. In diverso modo, tutta Europa si dà una sanità, che può usare anche del privato, ma è pubblica, un’assistenza contro gli infortuni, una prevenzione sociale e un obbligo all’istruzione generalizzati. Se pensiamo che dopo il secondo conflitto mondiale gli analfabeti in Italia sono ancora il 12,9% della popolazione, nel 1961 sono l’8,3% e si riducono all’1,5% nei quaranta anni successivi, capiamo l’impatto che una tale impostazione ha avuto, ad esempio, nel nostro Paese.

La generalizzazione e la nazionalizzazione della protezione sociale avvenne attraverso un massiccio intervento degli Stati anche in termini di spesa pubblica che, almeno fino agli anni Sessanta (in Italia il processo di nazionalizzazione della sanità si compie nel 1978), si espande in diverso modo ed è centralizzata: non prevede né una sussidiarietà orizzontale, se non molto limitata in certi settori, né una sussidiarietà verticale: è lo Stato centrale che si occupa di erogare i servizi di welfare. Dopo le prime difficoltà emerse a fine anni Settanta, il sistema di politiche sociali legato al modello di welfare state entra in crisi in tutti gli Stati per una serie di fattori esterni e interni agli Stati medesimi. 



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COMMENTI
16/05/2014 - un ripensamento (Claudio Baleani)

Racconto una storia. Nel 1927 in un paesino qua vicino non c'era l'asilo e neppure la scuola elementare. Una nobildonna chiama a casa sua i suoi amici (pure nobili e comunque coi soldi) e li convince a cacciare la grana perché a lei non si poteva dire di no. Il regolamento ammette figli dei nobili e figli dei contadini. Per non discriminare nessuno impone il grembiule uguale per tutti. Ma la legge Crispi non consentiva di fare una scuola privata. La nobildonna fa un giro dal sindaco, dal prefetto e dal notaio. Si inventano una cosa palesemente elusiva della legge, ma nessuno alza un fiato. Alla fine la cosa si fa e va avanti da quasi 100 anni. Ma adesso è in crisi perché non ci sono più bambini e i costi per il personale e le tasse sono sbalorditivi. La morale qual è? 1. siamo un paese di vecchi; 2. oggi nessuno potrebbe fare una cosa così perché i ricchi veri sono pochissimi in quanto lo Stato mangia la gran parte dei redditi; 3. cercare la riforma politica liberale va bene, ma è inutile. Alla nobildonna la legislazione autoritaria e repressiva dell'Italia liberticida ha fatto un baffo. Le tasse invece l'avrebbero ammazzata. 4. il ripensamento non lo deve fare lo Stato o la politica. Lo Stato deve solo pensare a non rompere e possibilmente a far funzionare le cose sue e non quelle della vita civile e economica dove non ci capisce niente. Forse sono diventato taoista. Lao Tze diceva che il miglior politico è quello che promette ai cittadini che non farà nulla per loro.