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LETTURE/ Basta davvero la "banalità del male" a spiegare Hitler e il nazismo?

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Adolf Hitler (1889-1945) con i suoi generali (Immagine d'archivio)  Adolf Hitler (1889-1945) con i suoi generali (Immagine d'archivio)

Negli Stati Uniti circolava un'auto ogni 5 abitanti, in Germania una ogni 50. Hitler lanciò uno slogan: «Un'auto per ogni lavoratore». E disegnò la Volkswagen, l'«auto del popolo», con l'impegno dell'ingegner Porsche a metterla in vendita a meno di mille marchi. Nel contempo, fu varato il piano per la costruzione di una gigantesca rete di autostrade a quattro corsie, piano che diede lavoro a sei milioni di giovani disoccupati.

A quel punto, Hitler realizza che può lanciare la sua "sfida al mondo", come l'avete definita nel vostro libro.
La seconda guerra mondiale causò la morte di 7 milioni e 400 mila tedeschi (di cui 5 milioni e 300mila militari e 2 milioni e 100mila civili). Un tragico record "battuto" soltanto dall'Urss (con 23 milioni di vite umane) e seguìto a ruota dalla Polonia (con 5 milioni e 600mila morti). Non a caso le tre nazioni erano state le protagoniste della deflagrazione del conflitto. La sconfitta della Germania e dei suoi alleati fu determinata non soltanto dalla superiorità tecnica e numerica degli eserciti avversari, ma anche dagli errori strategici attribuibili alle scelte personali del Führer.

Il capitolo forse più intenso del lavoro è dedicato all'Olocausto.
Non poteva essere diversamente, anche perché pochi sanno che le radici dell'antisemitismo, in Germania, erano solide. Già nel 1879 Wilhelm Marr aveva costituito la Antisemiten Liga cui aveva fatto seguito, nel 1893, l'Antisemitischen Volkspartei. Agli anni 1912-13 risalivano le opere di Werner Sombart, e, al termine del primo conflitto mondiale, la Repubblica di Weimar era stata ribattezzata, dai Freikorps nazionalisti, la Juden Republik. Ebrei erano Karl Liebknecht e Rosa Luxemburg, capi del movimento marxista, assassinati il 15 gennaio '19 a Berlino, come pure il ministro degli Esteri di Weimar, Walter Rathenau, che morirà assassinato nel '22. Quanto a Hitler, già nel Mein Kampf sognava di sopprimere «con i gas asfissianti» migliaia di ebrei «corruttori del popolo». 

Come avete raccontato, nel vostro libro, la fine di Hitler e del nazismo?
Vi abbiamo dedicato il capitolo "Apocalisse a Berlino". Hitler, rinchiuso nel bunker sotto la Potsdamerplatz, era tormentato dall'insonnia e dal morbo di Parkinson. Ma soprattutto dai cedimenti dei suoi più stretti collaboratori. Il 28 aprile, appresa la notizia che il capo delle Waffen SS Himmler aveva proposto agli angloamericani la resa incondizionata, ordinò che il suo braccio destro nel Bunker, Hermann Fegelein, che pure era il cognato di Eva Braun, e che probabilmente non sapeva nulla dell'iniziativa del suo capo, venisse fucilato. Quando i russi avevano ormai circondato la Potsdamer Platz, convocò la segretaria Traudl Junge e iniziò a dettarle il testamento nominando l'ammiraglio Dӧnitz suo successore. 



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COMMENTI
19/05/2014 - Banalità del male (giulio caligara)

A me sembra che nel libro della Arendt banalità significhi non eccezionalità: i nazisti non sono mostri ma esseri umani come tutti noi. Ciò che rende ancor più interessante la sua tesi, di grande portata antropologica e teologica, è come essa si è in lei formata: dall'osservazione (grande giornalista!).