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UNGARETTI/ "Perché bramo Dio?", la domanda che nessun male può soffocare

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La trincea restituisce a Ungaretti, in primo luogo, la percezione originaria dell'umana "fragilità": l'individuo si scopre niente più che una "parola tremante / nella notte" (Fratelli). Non solo. Essa produce una regressione e una metamorfosi che – spogliando l'uom di ogni moto spirituale e affettivo – lo rende letteralmente insensibile: "Come questa pietra /[…]/ così totalmente / disanimata" (Sono una creatura). Ma è su tale orizzonte, comune a larga parte della letteratura dell'epoca, che spicca il tratto più originale e sorprendente della vicenda di Ungaretti. La si colga, qui, nelle sue tre cellule scolasticamente più riconoscibili.

1. L'obiezione alla morte in nome di un attaccamento alla vita, di una tensione esistenziale estrema, introdotta per es. nel finale di Veglia ("Non si tratta di filosofia – chioserà Ungaretti –, si tratta d'esperienza concreta").

2. La perdurante e intatta fiducia nella parola poetica, che, si legge in Commiato, viene silenziosamente estratta dagli abissi del cuore, e possiede la forza di far fiorire "il mondo" illuminandone la meravigliosa fertilità. 

3. La scoperta dell'incancellabile contraddizione tra la condanna dell'uomo alla mortalità e l'enigmatico interrogativo di Dannazione – che Ungaretti non può tacere, poiché lievita dalla propria brama d'infinito e non sa trovare risposta: "Perché bramo Dio?" (Allo stesso modo in Risvegli, "Ma Dio cos'è?"). 

"Domandarsi perché si brama Dio – ha osservato Pasolini – è indubbiamente diverso che affermare che lo si brama"; e tipico della religiosità del primo Ungaretti, ovvero la sua consolazione specifica, è dunque la capacità di trasformare il "travaglio", oltre che in lamento, in ascesi e rigenerazione (si veda Destino). Questa è l'Allegria di cui Ungaretti è eccezionale titolare nella letteratura europea crocifissa dalla guerra: "il perenne ricominciare e riprendersi, dopo ogni naufragio della propria storia" (G. Contini).



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