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LETTURE/ Vaclav Havel, l'Ucraina e noi

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Barricate sul Majdan, in Ucraina (Infophoto)  Barricate sul Majdan, in Ucraina (Infophoto)

L'arrogante convinzione, però, ha un corollario tremendo e suicida, lo stesso corollario che aveva allora: chi crede di aver compreso la storia si sente spesso autorizzato, se le cose non vanno come devono, a intervenire «magari anche con la violenza», come osserva Havel ricordando il comunismo e il Gulag. 

La situazione internazionale è cambiata, il comunismo e il Gulag, almeno in Europa, non esistono più, ma la convinzione dei potenti di poter guidare la storia a dispetto della libertà e della dignità delle singole persone sono rimaste le stesse: il Majdan resta incomprensibile e pericoloso sia per chi cerca di trasformarlo in una parte della sua politica, sia per chi ha paura che possa compromettere la sua politica, sia per chi non riesce a concepire la persona se non come un individuo isolato senza nessuna consistenza se non quella delle sue idee, dei suoi sentimenti e dell'arbitrio delle sue voglie, sia per chi non riesce a concepire la persona se non come una rotellina che deve seguire meccanicamente le leggi del meccanismo di cui è parte. Il Majdan resta incomprensibile e pericoloso ad Occidente come a Oriente, sia là dove l'unica grandezza è quella del nulla, sia là dove l'unica grandezza rischia di essere quella di un impero che restaura un passato inquietante.

Il Majdan, invece, almeno in quelli che non si piegano a questa comune logica a due facce, è stato, esattamente come nel caso di Havel, la scoperta e il venire alla luce del desiderio dell'uomo di essere definito da qualcosa di più grande dei sentimenti immediati (oggi l'arbitrio, allora la paura), la coscienza che l'uomo non è definito dalla propria piccolezza, dalla propria miseria e dalla propria povertà, ma dal respiro infinito del suo cuore, quello che qualche giorno fa una pensatrice russa descriveva in questo modo: «Credo che il cuore sia vivo solo quando sussulta per lo stupore, la gioia o il dolore. Quando invece si pietrifica nella paura, quando vacilla sotto il senso di offesa, di sfiducia, e si ripiega su di sé, allora cessa di essere vivo, diventa una pietra, un fardello, una gabbia a se stesso. Le porte dell'inferno sono chiuse dall'interno. Ma basta vedere come si fa largo in mezzo all'asfalto un narciso "non previsto" in quel luogo, o ancora qualcosa che essendo "intempestivo" lì dov'è, ci annuncia quello che sta oltre, che subito il cuore riprende vita. Esce da sé, scioglie il bozzolo, svelle le sbarre, ricorda con gioia che non ha pari perché è erede del Regno, e che il compito della vita è stare attento a non concentrarsi su se stesso, lasciandosi sfuggire anche un solo segno che ci ricordi, pur con tutte le nostre stranezze, che siamo figli di un re».

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