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CROCIATE/ Quell’"intreccio" di miracolo e di peccato per liberare le terre di Cristo

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"I crociati catturano Antiochia" (Immagine d'archivio)  "I crociati catturano Antiochia" (Immagine d'archivio)

Nel novembre 1095 un'immensa folla di fedeli si radunò a Clermont, in Francia, in occasione del Concilio, e udì da Papa Urbano II il racconto dei raccapriccianti eventi che si andavano consumando in Asia Minore e in Terra Santa. L'esercito bizantino, per secoli invitto, era stato solennemente sconfitto nel 1071 a Manzikert dai Turchi Selgiuchidi. Da lì, i Turchi avevano proseguito la loro avanzata, strappando all'impero d'Oriente il controllo della Palestina e dell'intera penisola anatolica e giungendo alle porte di Costantinopoli. I cristiani in quelle terre vennero barbaramente torturati, i luoghi sacri profanati. L'imperatore bizantino aveva richiesto direttamente al papa rinforzi militari dall'Occidente. In risposta, Urbano II propose agli astanti a Clermont una grande spedizione militare come atto di carità in soccorso ai fratelli d'Oriente e per liberare al contempo quei siti, "impronta delle Sue orme sulla terra" – le crociate appunto, o passagium, secondo la terminologia dell'epoca.

La spiritualità dei cristiani medievali era mossa da una fede semplice e sanguigna: una religiosità del tangibile, che credeva in quel che vedeva e toccava, di cui erano concrete espressioni il culto dei santi, la venerazione delle reliquie, il profondo attaccamento ai luoghi sacri - primo fra tutti, la Terra Santa, attestato fisico della storicità della resurrezione. 

È in questo contesto che va ad inserirsi l'appello di Urbano II che, come sottolinea Jonathan Riley-Smith, introduce qualcosa di radicalmente rivoluzionario: i tradizionali concetti di guerra giusta (Agostino) e guerra santa vengono da lui congiunti all'idea del pellegrinaggio a Gerusalemme. Quello che il papa proponeva, in sostanza, era una guerra penitenziale di liberazione della Terra Santa cui prendere parte come atto di mortificazione ed espiazione. Ai crociati, infatti, era richiesto di viaggiare in semplici vesti da pellegrini, segnati dalla croce in stoffa appuntata sul petto.

Decine o addirittura centinaia di migliaia di uomini e donne, giovani, vecchi, e poveri risposero entusiasticamente all'appello papale, non esitando a lasciare casa e famiglia, a vender terre, pignorare proprietà o contrarre prestiti per finanziare la rischiosa impresa. Come ha meticolosamente calcolato Jonathan Riley-Smith (The First Crusaders, 1095-1131), molti erano coloro che s'indebitavano per poter sostenere l'alto costo della crociata, equivalente a circa cinque-sei salari annui.

Perché partirono? "L'armata crociata" spiega Thomas Madden (Le Crociate. Una storia nuova), "era un curioso insieme di ricchi e poveri, santi e peccatori, motivati da ogni genere di desiderio pio ed egoista, e che tuttavia non avrebbe mai potuto costituirsi senza il devoto idealismo che spinse questi uomini a rischiare tutto per liberare le terre di Cristo". Quest'ardente impeto pronto a lottare per affezione a Cristo, mai disgiunto dalla bestialità e rozzezza di uomini carichi di mancanze e limiti, è forse il tratto più affascinante dell'avventura crociata – in cui, come in ogni umana intrapresa, si andarono a mescolare miracoli e peccati, bassezze e arditi slanci, errori, rinnegamenti ed eroici atti di santità.



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