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LETTURE/ Non c'è futuro senza memoria

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Claudio Martelli (Infophoto)  Claudio Martelli (Infophoto)

"Senza memoria non c'è futuro, lo sguardo anziché sollevarsi s'inchina fino a terra, s'incolla a un presente impoverito, così piccolo da non poter essere misurabile. Un presente che per perpetuarsi rimuove il confronto con il nostro passato e con gli altri - cioè con la storia e con il mondo - è davvero poca cosa. E, poi, a guardar meglio, ci si rende conto che, senza memoria, anche il presente ci sfugge. Cos'è, infatti, il presente? Non può essere soltanto questo istante che senza il soccorso di una foto, di un click, è già cancellato prima che io riesca a fermarlo, a capirlo. Per poter pensare il presente devo dilatarlo, farlo durare quanto basta affinché acquisti un certo spessore, una certa consistenza. Pensare, al novanta per cento, significa ricordare: il pensiero è pensiero nel tempo e del tempo, è memoria che si fa invenzione o scoperta, progetto della ragione. Senza memoria, anziché servirci del passato per cavarci dai guai, ne restiamo prigionieri - esattamente quello che è successo. La Seconda repubblica ha voluto obliterare la Prima, e proprio per questo anziché superarla l'ha replicata in peggio, in tragica farsa, bruciando vent'anni di vita pubblica e un'intera generazione. Senza memoria non ci rendiamo nemmeno conto che in questi vent'anni intorno a noi è cambiato tutto - tutto ma non l'Italia politica e di potere. La storia del mondo corre rapida e tumultuosa, creativa e distruttiva, e questo genera l'illusione di esserne anche noi coinvolti, e lo siamo effettivamente, ma perlopiù come spettatori, come terminali passivi, come un'eco. Senza memoria non possiamo misurare quanto sia lungo il nostro ritardo. Siamo fermi a venti, trent'anni fa, quando non siamo regrediti. Il che è accaduto in molti campi, come dimostrano quasi tutti gli indici. (...) Tutti sanno ma nessuno ricorda. (...) La decadenza non è un destino, è una scelta che abbiamo compiuto rinvio dopo rinvio, sprecando un giorno dopo l'altro, accumulando ritardi e riforme non fatte o fatte male o a metà, scegliendo sempre le vie di minor resistenza per non urtare ceti privilegiati, corporazioni e sindacati: ricorrente, ostinata, recidiva la scelta di aumentare le tasse anziché tagliare le spese. Altrettanto ricorrente, ostinata recidiva la scelta di non cambiare il sistema elettorale. (...) Solo il popolo può rinnovare la repubblica, ridare alla nazione un'anima, una prospettiva d'avvenire, un senso di comunità, di coesione e di radicamento nella nostra identità, che è la nostra storia, la nostra terra e il nostro mare, orizzonti del mondo".  



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