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LETTURE/ Luca Canali, l’"antico" che sognava un mondo nuovo

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Alessandro Magno nel mosaico della battaglia di Isso, Pompei (I sec. a.C.)  Alessandro Magno nel mosaico della battaglia di Isso, Pompei (I sec. a.C.)

Lungo questa linea si collocano quindi anche le sue autobiografie fittizie, rigorosamente di ambientazione classica: il diario segreto di Giulio Cesare, l'autobiografia di Marco Celio, l'allievo scapestrato di Cicerone, e, in primis fra tutte, quella di Lucrezio, Nei pleniluni sereni (Longanesi 1995), già finalista al Premio Strega, che reca un eloquente sottotitolo: Autobiografia immaginaria di Tito Lucrezio Caro. A Lucrezio, l'autore su cui Canali si era laureato a Roma con Ettore Paratore, fu dedicato il primo dei suoi giustamente famosi saggi, Lucrezio poeta della ragione (Roma 1965, idealmente contrapposto a Lucrezio poeta dell'angoscia di Luciano Perelli): e a volte, leggendo le sue riflessioni, ascoltando le sue parole, veramente, sembrava di udire una di-sperazione, proprio in senso etimologico, analoga ed equivalente a quella dell'autore del De rerum natura, a partire dall'amara constatazione che eadem sunt omnia semper, che tutto è sempre, eternamente, tragicamente, uguale a se stesso, senza nessuna variazione, in un mondo che è impastato di dolore, tanto che il male e il dolore potrebbero essere riconosciuti come gli atomi costitutivi del nostro universo. 

Una simile sensibilità per il dolore del mondo, certo acutizzata ed esacerbata dopo i lunghi anni della malattia, insieme a uno spirito combattivo e mai domo, vero "spirto guerrier", gli faceva accomunare i piccoli e grandi soprusi e insulti di cui è erede la carne, per dirla con Shakespeare, e le sciagure universali (le guerre, i conflitti, la violenza della storia), con il dolore privato di ogni uomo, e persino con le pene degli animali, di cui era strenuo amante, in tutte le forme e in tutti gli aspetti: e proprio in questo senso si capisce il senso di una delle sue ultime prose, la bellissima riflessione in cui (L'immaginazione 279, gennaio-febbraio 2014) sognava un "mondo nuovo", esente da questo dolore onnipervasivo, finalmente sereno, improntato a pietas per e fra tutte le creature.

E poi, c'è il Luca Canali prosatore, narratore, poeta: a partire dalla Resistenza impura: impagabile era sentir raccontare dalla sua viva voce l'episodio, accaduto negli anni Sessanta, di quando il terribile Ettore Paratore, di cui Canali era assistente, raggiuntolo nella biblioteca dell'Istituto di Filologia classica, gli chiese se avesse comprato il Corriere; domanda cui egli rispose di no (in quanto lettore de L'Unità), rivelando − unico fra gli assistenti del grande latinista − di non sapere che proprio a lui Montale aveva dedicato una pagina sul maggiore quotidiano italiano, definendo il suo stile "le circonvoluzioni d'una prosa civile quale da tempo non si leggeva in Italia" (la lettera è ora leggibile in Auto da fè, pp. 338-339)

Luca Canali fu un uomo di multiforme ingegno, dai grandi e molteplici talenti, non ultimo una sovrana padronanza dello stile, un vero Proteo della letteratura latina e italiana, sia in prosa che in poesia; però sapeva anche mitigare la sua strepitosa cultura e perizia tecnica con la gentilezza di chi non sale mai in cattedra con spocchia, con la curiosità umana, la disponibilità ad ascoltare e consigliare i giovani autori e studiosi, tutti tratti che sono la cifra dell'autentica humanitas: e c'è da stupirsi se, incontrandolo per la prima volta, mi tremavano le gambe per l'emozione?



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