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BERLINGUER/ La "svista" più grande di un comunista riformista (a metà)

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Enrico Berlinguer (1922-1984) (Immagine d'archivio)  Enrico Berlinguer (1922-1984) (Immagine d'archivio)

Recentemente Ugo Intini ha espresso un concetto che appare piuttosto condivisibile se appunto si voglia spogliare la figura di Berlinguer di quell'aria di santità laica che i suoi più o meno disinteressati agiografi politici gli hanno voluto attribuire, sostenendo che, al di là della indubbia statura dell'uomo politico, "il carisma straordinario gli derivava anche, e forse soprattutto, dall'immenso valore morale, culturale, emotivo del Partito con la P – appunto – maiuscola, che gli stava alle spalle e del quale era fedele espressione".

Ecco, comprendere oggi il grado di riformismo di Berlinguer, oltre a richiedere una grande attenzione per la lettura dei suoi interventi, delle sue riflessioni, non può poggiare sopra un'idea di leaderismo anacronistica, sovrapponendogli l'attuale strutturazione personalistica dei partiti della seconda (terza?) Repubblica. Tutto ciò che egli produsse, la sua stessa conduzione del Pci, i consensi notevoli che riuscì attrarre alla sua parte politica, sono certo ascrivibili a lui, quanto perlomeno lo sono a tutta la classe dirigente comunista di allora. E non è forse un caso che il suo partito operasse lo storico "sorpasso" elettorale sulla Dc proprio nel frangente della sua drammatica scomparsa.

Certo, almeno su un punto si può oggi affermare che la visione politica di Enrico Berlinguer ultimamente non risultò efficacemente riformista, perlomeno all'interno della governance del Pci: nell'intuire tra gli ormai evidenti scricchiolii del sistema sovietico, la "tigre di carta", la impellente necessità di una trasformazione in senso postcomunista della socialdemocrazia italiana. Forse anche per questo, l'impegno onesto di Achille Occhetto di dare vita a un moderno partito della sinistra italiana dopo il crollo del muro di Berlino dovette risultare una sfida almeno provvisoriamente impari alle forze di una classe dirigente orfana di un suo grande condottiero.

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COMMENTI
11/06/2014 - posso stringere la mano.... (Alberto Pennati)

al sig. Zamarion?

 
11/06/2014 - Berlinguer, il peggiore (Massimo Zamarion)

La forza propagandista della Vulgata di sinistra è così forte, che ancora oggi non si riesce a vedere l'elementare verità. Che è questa: Berlinguer cominciò, con moltissime cautele, a emanciparsi dall'abbraccio del Pcus perché con la scoperta degli arcipelaghi Gulag e dei crimini di Mao il comunismo stava incominciando a crollare come mito. La "questione morale" (su, svegliamoci, per Dio!) fu la continuazione del comunismo con altri mezzi. Occorreva preservare il mito della diversità staccandolo dal marxismo. Da allora la sinistra non fu più "comunista" ma "giacobina". Se al comunista togli il marxismo ma gli lasci la stessa forma mentis, cosa diventa? Un giacobino, per l'appunto. Da allora per la sinistra ci furono solo gli onesti e i disonesti, i buoni e i cattivi. Cioè il populismo puro, la politica allo stato belluino. Berlinguer fu pessimo. Finiamola con questa mezza benevolenza con questo sciagurato.