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LETTURE/ Tolkien, Beowulf e la "trappola" del lato oscuro

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Il manoscritto del Beowulf (particolare) (en.wikipedia.org)  Il manoscritto del Beowulf (particolare) (en.wikipedia.org)

La recente uscita della traduzione in prosa, da parte di J.R.R. Tolkien, del poema in Old English Beowulf ha suscitato l'entusiasmo di coloro che sono afflitti dalla Tolkien-o'-mania; ecco finalmente scoperchiato l'arcano pozzo da cui Tolkien avrebbe attinto per creare praticamente tutta la Middle Earth, con tutte le sue creature, dragone Smaug de The Hobbit in testa, visto che la vicenda umana di Beowulf, orfano e mai sposo, e privo di qualsiasi elemento di caratterizzazione psicologica, si "riduce", nell'arco di una intera vita, a tre confronti con tre "mostri": Grendel, la di lui madre, ed infine il dragone che gli toglie la vita.  

Credo di aver sviluppato, causa lunga frequentazione dell'opera di Tolkien come filologo e studioso, certamente nata dall'aver divorato, sedicenne, The Lord of the Rings in 24 ore, una certa resistenza al morbo della Tolkien-o'-mania; questa trasforma l'opera letteraria del professore di Oxford o in un fantasy brulicante di orchi, elfi, nani, draghi ed Hobbits, dove si sente il clangore delle spade e il frantumarsi delle ossa, ottimi per fare un videogioco truculento, o in una allegoria del "lato oscuro" che affascina la nostra anima e ci impedirebbe di "cercare le cose grandi", dove gli attori sul palcoscenico sono proiezioni della psiche. Materialismo, o spiritualismo.

La mia resistenza nasce dalla profonda conoscenza del poema anglosassone non mia, ma di Tolkien;  la sua cattedra a Oxford comportava commentare la prima metà di Beowulf agli studenti del suo corso, e prima della rivoluzione operata dalla sua conferenza The Monster and the Critics del 1936, tutto il gioco si riduceva ad un esercizio filologico, ad un saccheggio storico e alle critiche relative alla struttura narrativa dell'opera. Tolkien spazzò via tutto, inaugurando l'era d'oro di Beowulf, al punto che la traduzione in versi di Seamus Heaney del 2001 non solo riscosse il Whitbread Award, ma anche un gradissimo seguito di lettori. Ma il diffondersi della Tolkien-o'-mania ha ferito non solo il corpus letterario di Tolkien; è rimbalzata sul poema anglosassone, a dir di Tolkien, non epico, ma elegiaco, che lui aveva tradotto senza mai decidersi a pubblicarlo. Certo non perché non lo avesse presente, visto che "Hwaet", la parola che apre il poema, era il suo saluto in apertura delle sue lezioni, inteso dagli studenti come "Quiet!" (Silenzio!"). Forse i suoi commenti, sotto forme delle conferenze da lui tenute e che Christopher Tolkien ha annesso alla traduzione (trasformando una novantina di pagine in un ben più corposo volume), sono ancora utili  a capire che cosa mai  l'Inkling cattolico avesse in mente, passando dalla penna rossa per correggere le prove d'esame a quella nera per scrivere le sue opere letterarie.  



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