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LETTURE/ Machiavelli, lezione di realismo ai nuovi "moralisti"

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Come gli umori, nella dottrina classica della salute, tra loro si differenziano e in certo modo combattono, e solo così il metabolismo procede; così nella società il conflitto viene costantemente frenato e provvisoriamente risolto, a livelli diversi e non preordinati. I teorici contemporanei del conflitto mancano di vedere l'altra faccia della medaglia: le regolarità che la storia insegna a chi la studia con acribia, e l'ordine che è infine l'oggetto ricercato, anche se non totalmente stabilizzato né teoricamente definito, da parte della politica.

La stessa ambiguità serve a ridimensionare le periodiche tentazioni di edulcorare Machiavelli ovvero di esonerarlo dal suo stesso pensiero nella misura in cui è davvero scandaloso. È curioso che il moralismo antimachiavelliano, che all'interno del quadro della tradizione politica classica era in fin dei conti giustificato, riaffiori ogni tanto, anche se in forma assai diversa ossia come volontà di attenuare lo scandalo, in tempi che non sanno più in cosa consistesse quella tradizione. Dire che virtù e fortuna sono strettamente intrecciate è assolutamente vero e conferma l'impasto antintellettualistico di Machiavelli: nessuno può controllare razionalmente e domare fino in fondo la sorte; ma ciò non significa che l'autore fiorentino non abbia una visione i cui fattori fondamentali sono pur sempre l'efficacia e la capacità di pensiero strumentale. L'amoralità, in questo senso, fa parte davvero del progetto machiavelliano, contrariamente a quanto afferma Armando Massarenti in un articolo per il resto stimolante sul Sole 24 Ore, perché per un approccio effettivo ai fenomeni politici e sociali occorre prescindere metodicamente dalla morale. Solo che l'autentico realista, proprio perché è realista, sa che l'uso anche amorale della propria intelligenza non può parare infine tutti i colpi della fortuna.  



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