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LETTURE/ Alfieri, il "grande antipatico" pieno di sorprese

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Ritratto di Vittorio Alfieri (Immagine d'archivio)  Ritratto di Vittorio Alfieri (Immagine d'archivio)

Implacabile scende il suo giudizio: chi curava quell'organizzazione "era uno stolido, e non conosceva punto il cuore dell'uomo". Oggi come ieri, giovani inquieti e sensibili  chiedono uno sguardo valorizzatore dell'adulto. La sua "irrequieta indole" lo spinge a viaggiare per tutta Europa, antesignano del Grand Tour degli scrittori romantici, preferendo sempre distese ampie e deserte, corrispettive del suo animo. E la Vita è uno straordinario viaggio tra resoconti etnico-geografici, mirabolanti avventure, ora galanti, ora comico-tragiche, alte riflessioni socio-politiche, letterarie e filosofiche, fiere invettive antitiranniche, inni di appassionato amore per i cavalli, autentici simboli di libertà. L'autobiografia alfieriana è, nella lettura di molti critici, il primo grande romanzo della nostra letteratura, capace di anticipare la scoperta dell'"io", realizzata poi da Foscolo nell'Ortis e da Leopardi nella sua grande lirica. 

Ma, si diceva, domina su tutto la scoperta della vocazione, intuita nella forma del Vero e del Bello "che non son se non uno". L'autore, stupito, ne registra la fenomenologia quando compone le prime tragedie. Occorre essere disponibili e ascoltare "la segreta voce", che si fa sentire "dal fondo del cuore": il gesto primo di una volontà di cambiamento è un ascolto, un'obbedienza, ed anche una mortificazione, quando occorre. Del resto, il verbo "obbedire" deriva da ob audire, cioè ascoltare intensamente. La creazione inizia con un abbandono.

Alfieri ci testimonia così che il nostro desiderio deve essere educato, non lasciato a se stesso; qui si misura la distanza del grande autore dal sentimentalismo più vieto, portato a mitizzare la spontaneità del sentire. Il "forte sentire" dei nostri grandi scrittori dell'età romantica non va confuso con un'irrazionale e sfrenata effusione dei propri sentimenti, i quali vanno sempre invece coltivati con rigore inflessibile. Umilmente, Alfieri capisce che deve percorrere un tratto faticoso per disporre pienamente dello strumento linguistico. Scrittore fondamentalmente autodidatta, egli sa rovesciare i limiti di una mancata formazione nella matura consapevolezza della decisione assunta: l'uomo adulto sa cosa c'è in gioco e non perde occasioni per migliorarsi, senza inutili lamentele. 

Sa che la "maturità è tutto", Ripeness is all, come ammoniva Shakespeare nel King Lear, in un passo che tanto colpì Pavese. "E tanto gridò questa voce, ch'io finalmente mi persuasi, e chinai il capo e le spalle". Basterebbe questa meravigliosa frase a testimoniare l'umile grandezza del nostro scrittore, tante volte presentato − talvolta anche a causa sua – nella sua maschera più stentorea, il che ha contribuito ad allontanarlo dalla simpatia del lettore comune. Come si vede, sono sufficienti poche note per far emergere un'immagine di Alfieri ben diversa da quella consegnataci da una improvvida manualistica. 

Della Vita di Alfieri esistono svariate edizioni economiche. Si veda, per l'ottima cura, l'edizione Garzanti, con introduzione e note di G. Cattaneo.



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