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LETTURE/ La battaglia solitaria di J. Franzen per salvarci dal brutto

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Il discorso che fa Franzen non è elitario, come scioccamente pensano coloro che se la sono presa, deridendolo. Al contrario, pone l'accento su un paradosso della nostra contemporaneità, ossia la mancanza di approfondimento in un'epoca in cui invece sarebbe molto facile avere una risposta più sostanziosa sul perché delle cose. Questa è l'epoca dell'instant book, del click grazie al quale tutti siamo tuttologi, del cyber-sex, della quantità contro la qualità.

Già un altro libro (How to be alone, 2002, raccolta di tredici saggi pubblicati tra il 1994 e il 2001) conteneva l'anima del Franzen-pensiero. Il conflitto dell'individuo con il mondo esterno, con tutto quello che è al di fuori dell'involucro e dall'involucro ritenuto nocivo, pericoloso o semplicemente inutile. Soprattutto il mondo esterno dominato dalla cattiva tecnologia. La lettura insegna a come stare bene da soli e ad arricchirsi intellettualmente in un mondo parallelo. Kraus si scagliava contro la stampa ammaestrata. Franzen contro l'ignoranza, senza mai nominarla.

Dunque la cattiva tecnologia e non la tecnologia tout court. I detrattori di Franzen sono la dimostrazione vivente delle sue critiche. Si sono affannati a rimarcare quanto fosse fuori dal mondo avendo dato via la sua televisione almeno vent'anni fa. Il problema non è inquadrare Franzen come un sociopatico scollegato dal mondo reale perché senza una connessione internet e chiuso in casa con I fratelli Karamazov. Il problema è intendersi su come il lavoro di chi scrive può assecondare il cambiamento dei tempi senza far perdere la propria identità. La piaga in cui Franzen mette il dito riguarda non solo la cultura in senso ampio, quanto piuttosto la capacità dei nostri contemporanei a comprendere un testo, a mantenere la propria concentrazione su di esso per più di cinque minuti, attività di gran lunga precedente e propedeutica all'"avere" una cultura. In poche parole, osserva l'indebolimento dell'umano discernimento. Il riflettere, lo stare con un pensiero, con un concetto contro il click convulsivo che, per sua stessa natura, non può portare riflessione.

La cattiva tecnologia con i suoi risvolti negativi fa pensare alla televisione "cattiva maestra" di Popper. In un'intervista Popper inquadrava proprio la questione della scelta dei contenuti e di come essi potevano influenzare le opinioni del pubblico. Spesso questi contenuti erano scelti superficialmente, senza comprenderne in pieno le conseguenze: "Dire che esiste una semplice trasmissione dei fatti è di per sé falso…".

Dello stesso parere era anche Noam Chomsky che andava oltre e parlava di vera e propria manipolazione dell'informazione, per tenere la gente lontana da certe verità. Pensiamo solo a situazioni limite come quelle della Corea del Nord: i sudditi di Kim Jong-un vengono rintronati quotidianamente via tv con canti e preghiere sul valore e la bravura del suddetto, e non sanno che esiste un universo oltre il proprio confine. Naturalmente Chomsky si riferiva alla realtà americana, o comunque occidentale, in cui l'alternativa alla manipolazione di forza, come in Corea del Nord, era quella sottile e indolore dell'informazione.



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