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LETTURE/ Può esserci poesia senza memoria?

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Partirei dal fondo. Anzitutto, dici bene «menzogna ultima» perché i poeti, quelli veri e autentici, non parlano di sé neppure quando spingono all'impazzata sul pedale dell'io. Per questo credo nel valore della storia, perché «contestualizza» l'artista e la sua arte e sono convinto che ci permetta di leggere con più precisione noi stessi e le nostre cose. Poi, proprio perché la storia non può essere mai avulsa e a se stante – ancor più in un contesto come la poesia, la massima espressione creativa in Italia oggi – i temi e i motivi, che sono il sale del fare poesia, devono per necessità entrare in ballo in un'indagine critica seria. E una critica seria non mira mai a fare classifiche, ma sempre a porre prospettive: e perciò chiama a schierarsi scegliendo.

Tentando di periodizzare il Novecento poetico italiano, poni come punti di frattura la pubblicazione del Porto Sepolto di Ungaretti (1916) e la morte di Pasolini (1975). In questi sessant'anni, dici, la linea poetica dominante è quella del simbolismo, cui succede – nei quarant'anni successivi che portano a noi – «una forte ripresa delle poetiche dell'allegoria, e quindi più Dante che Petrarca, più Eliot che Mallarmé» (Poesia presente, p. 12). Questo aspetto che incidenza ha nei confronti di chi la poesia la legge per godere dell'arte e non per definirla?
Se è vera la mia supposizione critica, il puro lettore della poesia che s'appresta a prendere in mano versi di poeti simbolici o allegorici si troverà di fronte a due prospettive differenti: i primi s'inerpicano sulla parola per «stupire» chi legge e per restituire della realtà una visione trasposta attraverso un'altra realtà descritta; i secondi, invece, fanno fluire la parola per «accompagnare» chi legge e per provare a indirizzare verso una realtà altra da quella visibile. Ora: per chi fa versi, nutrirsi dell'uno o dell'altro credo che provochi una concezione diversa del modo attraverso il quale provare a interpretare l'Essere e del mondo, e che chi tende all'allegoria tenda con più forza a un'alterità da sé. Se questo è vero, si capisce che gli esiti, da intendersi alla lettera e quindi non come resa qualitativa ma come «uscita», saranno diametralmente opposti, o quasi. Spero d'essere stato chiaro… Più allegorico che simbolico!

Tra i caratteri che rilevi nella poesia post 1975, c'è la rottura della koiné linguistica e il suo sfarinarsi «in un pulviscolo assolutamente unico» per la nostra poesia, «senza danno alcuno», sottolinei, «per gli esiti» (Poesia presente, p. 12). Eliot sostiene, nella conferenza Che cosa Dante è per me (1950), la maggiore grandezza di Dante rispetto a Shakespeare, per il fatto che il primo ha consegnato una lingua «usabile» al suo popolo, mentre il secondo ha creato un idioletto meraviglioso, ma utile solo per entrare nel suo sistema di visione, non «importabile» nell'uso comune. Il non tentare la ricostituzione di un linguaggio artistico comune sul quale operare il proprio scarto personale, non rischia di rendere l'esercizio della poesia l'esibizione del proprio singolare mondo privato, anziché la comunicazione del proprio singolare rapporto col mondo?



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