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MORANDI/ L'incanto di quei "mondi" stupefatti di silenzio

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Giorgio Morandi, Paesaggio (1942) (Immagine d'archivio)  Giorgio Morandi, Paesaggio (1942) (Immagine d'archivio)

Ed è convinzione della critica che alcune vedute di Grizzana debbano il loro impianto armonico al Muro bianco di Fattori, così come alcune Nature morte degli anni dal '23 in poi non potessero essere concepite – nel rapporto verticale con il piano d'appoggio e con lo spazio di profondità − senza l'esistenza di un capolavoro come  La rotonda di Palmieri.

E mentre negli anni dell'Accademia, a Bologna, assieme al compagno di corso Osvaldo Licini si "abbeverava di cubismo" e prima della guerra "combatteva per il futurismo", rispetto sia al primo che al secondo e ai suoi derivati assumerà una posizione totalmente libera e diversificata.

Là dove il "compagno Pablo", come ebbe a chiamarlo Guttuso, "dimostrava che l'arte pur essendo legata alla società in cui si sviluppa, reagisce a quella società stessa e contribuisce a a modificarne la struttura e, quando i tempi siano maturi, ad abbatterla", cioè dove l'opera dell'astrattismo lungo tutto il suo procedere nel secolo XX marcherà la destrutturazione del dato oggettivo come "rivolta" a canoni e codici stabiliti, Morandi alla scomposizione preferirà sempre la costruzione. Dove l'attacco era alla prosaicità dell'oggetto che non poteva rifiutarsi al vortice del movimento impresso da Boccioni e Balla in avanti, Morandi sempre preferirà la lentezza della forma-volume che si stacca dal fondo come per un arcano senso di non appartenenza allo spazio. 

A questo contribuisce in maniera determinante quello che Marchiori definirà "l'incanto di una visione coloristica ricca di motivi e di modulazioni pur nel suo basso registro". Tavolozza alla cui resa molto contribuisce la scelta di far giungere la luce naturale filtrata dai "velari", telai ricoperti di canapa da porre davanti ai vetri delle finestre. È così che la luce gioca un ruolo "metafisico" nel rilevare e ammorbidire, nell'evidenziare e nel dissimulare. La luce diventa perlacea, capace di distribuirsi prima sulle cose, poi, come è stato giustamente rilevato, dentro le cose stesse. 

Anche se l'impazienza ideologica porta certi critici a chiedersi: "Perché Morandi ha scelto questi contenuti? Da un pignattino di coccio, da un lume smesso non nasce l'arte, anche se a Morandi pare" (I. Cinti, Perseo, 15 aprile 1937), ritenendo che "col nulla non si può dipingere", resta decisivo il giudizio del '45 del Longhi: "Oggi che la palla della pittura italiana è sospesa sulle magre dita della più giovane generazione, senza che si veda se andrà a cadere nel cesto di cenci colorati di un più che frettoloso romanticismo o in quello della più 'centristica' nullità mentale e morale, il maestrevole percorso di Morandi potrà servire di lezione ai migliori, proprio per l'umana sostanza; come stimolo a ricercare ancora dentro di sé; non fuori di sé". 



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