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MORANDI/ L'incanto di quei "mondi" stupefatti di silenzio

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Giorgio Morandi, Paesaggio (1942) (Immagine d'archivio)  Giorgio Morandi, Paesaggio (1942) (Immagine d'archivio)

"Sono stato abbastanza fortunato da condurre una vita priva di eventi particolari". È a Sandra che penso, l'amica che oggi, giorno del cinquantesimo della morte di Morandi, si siederà dietro a un banco per iniziare la prima prova del suo esame di maturità, e ai nostri recenti colloqui in cerca di argomenti per una tesina che "rompe".

La tesina di Sandra nelle sue intenzioni doveva essere come lei: una cosa "di rottura". Perché "non se ne può più di questa vita sempre uguale, così noiosa, così povera di emozioni forti che se non ti fumi almeno ogni tanto uno spinello non ci dà tregua"…  e i sogni? La voglia di esperienze diverse, di mondi che a occhio nudo e a consumismo pratico non si riescono mai a cogliere? E così, da confidente le provo di rispondere che "un'altra realtà" non equivale necessariamente a un "realtà Altra": che è quella che – forse - lei cerca.

Potevo - a pensarci - risponderle proprio con le parole di Giorgio Morandi, il pittore che viaggiò sempre in disparte, sfiorando appena il Futurismo, dai movimenti e dalle correnti dei suoi anni, gli anni della prima metà del secolo scorso. 

Lui che nella sua stanza-studio, dove dipingeva e dormiva tutto assieme - la "camerella incantata" come la chiamava il Longhi - posava gli oggetti più apparentemente banali là, sui canterani o sui tavolacci coperti di carta da pacco, in attesa. Attesa che la polvere desse loro la patina che solo il tempo sa dare alle cose e così che esse, da semplici caraffe col manico ad anfora e il becco largo o barattoli dell' Ovomaltina, fiammiferi scoloriti, teiere o tegami, vasi o scatole, si trasformassero in forme dallo sterminato potenziale narrativo.

Morandi era nato nel 1890 e in quello scorcio di fine secolo la stagione del naturalismo aveva consumato la sua crisi come pure andava a chiudersi la stagione simbolista. Fu allora che cominciò a riproporsi l'idea cézanniana dello "spazio" alla base di una ricostruzione dell'universo. In Italia fu Fattori a trattare l'aspetto del rapporto delle "strutture". Soffici sosteneva che Fattori come gli antichi e come Cézanne rappresentava i dati del vedere "nell'immediato momento della loro significazione", cosicché le strutture dell'immagine divenivano capaci di esprimere il movimento non secondo lo stile impressionista di un continuo flusso luminoso, ma come forza propria interna. La percezione di un "debito" morandiano con Fattori aiuta forse ad afferrare meglio come all'interno di un costrutto della massima sinteticità architettonica le cose possano fluttuare "senza che la forza di gravità abbia la possibilità di manifestarsi" (Giudici). 



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