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LETTURE/ Tolkien e il Beowulf: quel mostro in noi che insidia la virtù

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J.R.R. Tolkien (1892-1973) (Immagine d'archivio)  J.R.R. Tolkien (1892-1973) (Immagine d'archivio)

Per Tolkien, per ridare sanità e santità ad un mondo che ritornava progressivamente agli orrori pre-cristiani, occorreva metter mano ad una ricostruzione della battaglia dell'anima dagli inizi, dalla genesi, collocando le storie degli elfi, che nascevano dall'invenzione della loro lingua, in un mondo compiuto e coerente.

Nel Beowulf  Tolkien trovò il tema profondo e metafisico del controllo del Caos, del conflitto tra cultura e natura, dello sforzo di dare ordine all'esistente, dominando e vincendo la paura. La grande sfida col Mostro è inoltre preceduta, anche in questo poema, da una lunga esperienza di formazione. Il Beowulf è un'opera intellettualmente complessa, con strumenti di rappresentazione sensibili e raffinati. Come si diceva, per le sue diverse caratteristiche di unicità e originalità conquistò anche Tolkien, trasfondendo nella sua opera altrettanti di quegli elementi di assoluta peculiarità che ne costituiscono il genio letterario. 

Tolkien introduce questo schema nelle vicende dei suoi personaggi, con rispettose ma evidenti corrispondenze: come Beowulf affronta dei mostri "minori" − gli Orchi − prima della sfida col drago, così avviene anche per il protagonista tolkieniano, l'hobbit Bilbo Baggins. Analogie ci sono tra i due draghi che montano la guardia a grandi ricchezze.  A proposito del tesoro, nell'antico poema medievale il tema dei gioielli è uno dei più interessanti: ci si dilunga sulla magnificenza dell'oreficieria, sul riverbero degli ori. Anche Bilbo nel corso della sua avventura si imbatte in un particolarissimo gioiello, un anello il cui ritrovamento sconvolgerà in maniera definitiva la Storia della Terra di Mezzo. È proprio il tipo di finale che Tolkien sceglie per il suo libro che lo distacca, per la prima volta, dai suoi modelli letterari: non solo viene introdotto il concetto di eucatastrofe, ossia una conclusione positiva, lα dove invece il Beowulf terminava in modo tragico con la morte dell'eroe, ma lo stesso archetipo della lotta dell'uomo col mostro assume nuove caratteristiche psicologiche e morali.

Se infatti la sconfitta dell'eroe Beowulf era stata causata dal suo orgoglio, dalla presunzione di sé e delle proprie forze che lo aveva spinto ad affrontare il drago da solo, così che egli vince sì la sfida con sé stesso, con la propria paura dell'incognito e del terribile, ma soccombe di fronte alla forza superiore dell'avversario, e sventura ne sarebbe venuta per tutto il suo popolo, l'esito dello Hobbit è quanto mai diverso: anche Bilbo affronta la paura, supera una serie di prove di tipo iniziatico che lo conducono verso successive "discese agli inferi", affrontando buie gallerie, tempeste, presenze ostili; entrando nelle viscere della Montagna Solitaria, si trova anche faccia a faccia con il drago, dal quale accetta una sfida dal sapore antichissimo, basata sulla risoluzione di indovinelli. 



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