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LETTURE/ Tolkien e il Beowulf: quel mostro in noi che insidia la virtù

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J.R.R. Tolkien (1892-1973) (Immagine d'archivio)  J.R.R. Tolkien (1892-1973) (Immagine d'archivio)

In Gran Bretagna è uscita in questi giorni una nuova edizione dell'antico Beowulf  nella versione di J.R.R. Tolkien. Il Beowulf, opera di autore anonimo, di datazione incerta (si oscilla tra la metà del VII e il IX secolo), è il più antico testo poetico lungo scritto in lingua volgare europea, l'unica epica compiuta delle letterature germaniche antiche e infine il più importante testo della letteratura anglo-sassone. 

Tolkien, professore di Filologia ad Oxford, vi dedicò lunghi studi, e non solo: potremmo considerare il Beowulf  l'opera che più ispirò la sua poetica. Questa pubblicazione quindi non va considerata un'operazione meramente commerciale, con cui andare a raschiare il fondo del barile della produzione tolkieniana, ma un apporto fondamentale per comprendere a fondo la visione artistica e filosofica dell'autore del Signore degli Anelli. 

L'antico poema che soggiogò l'attenzione di Tolkien è dedicato fondamentalmente allo schema archetipico del combattimento tra un uomo e un mostro, che divenne uno dei grandi motivi dell'antica narrativa dell'immaginario, e che troverà una delle massime espressioni proprio nel Signore degli Anelli. 

 Il Beowulf è il racconto della lotta tra l'uomo e il mostro: che si tratti dell'orco Grendel o del Drago, il mostro rappresenta il caos, il disordine, il frutto guasto del male. Nell'epoca moderna il mostro è anche l'uomo destrutturato, addirittura scisso come nel Dottor Jeckyll e Mister Hyde dello scrittore scozzese Robert Louis Stevenson; il tema del "doppio" sarà caro anche ad un altro grande autore di racconti fantastici del ventesimo secolo: Jorge Luis Borges.

Tolkien ripropose il tema presente fin dal Beowulf della lotta contro il mostro, rappresentandola come combattimento contro la paura, rivisitandolo alla luce della visione cristiana, sia che gli eroi siano dei cavalieri oppure dei piccoli Hobbit: il mostro è anzitutto dentro di noi, è la nostra tendenza a lasciarci affascinare dal lato oscuro, è la paura che ci impedisce di cercare le cose grandi, pure e nobili, coltivando la splendida virtù della magnanimità, che consiste per l'appunto nel volersi  dedicare a cose grandi, disprezzando quelle vili e meschine.  

In un saggio che a suo tempo aveva dedicato al Beowulf, scriveva Tolkien: "La tragedia della grande disfatta nel Tempo resta pungente per un po', ma cessa di essere alla fin fine importante. Non è una disfatta, perché la fine del mondo è parte del disegno del Creatore: l'Arbitro che sta al di sopra del mondo mortale. Dietro, appare la possibilità di una vittoria eterna (o di una eterna sconfitta), e la vera battaglia è fra l'anima e i suoi avversari. Così i vecchi mostri divennero immagini dello spirito o degli spiriti del male, o piuttosto gli spiriti malvagi entrarono nei mostri e presero forma visibile nei corpi orrendi dell'immaginazione pagana".



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