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STORIA & FEDE/ "Ave verum", quando la pietà cristiana incontra il genio

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Papa Francesco (Infophoto)  Papa Francesco (Infophoto)

Nel segno materiale di un disco di pane fa precipitare la vera consistenza carnale della persona divino-umana del Redentore: il gioco dell'allitterazione tra il verum corpus del primo verso e il vere passum che lo segue subito dopo è in questo contesto cruciale. Qui non si elaborano sregolate fantasie devote: ci si attesta sulla semplice solidità oggettiva di una realtà davanti a cui il cuore e l'intelligenza dell'uomo restano assorti, colmi di lucida riconoscenza.

Lo stupore velato fino al culmine delle lacrime, verso cui spinge la tensione patetica della grande musica dei sommi maestri, è quello della memoria amorosa della "pietà". Se "vero" è il corpo di Cristo che si celebra, di un uomo in carne e ossa è stato il destino che ha coinciso con il vertice della sua immedesimazione nella sofferenza del genere umano di ogni tempo. Centro di questa fusione tra il destino di Cristo e quello dell'uomo è il sacrificio della croce: qui il fatto cristiano raggiunge il suo massimo di densità coinvolgente. La fede amorosa del credente è attirata nel vortice del miracolo dell'amore che salva donandosi dal patibolo del sacro legno del Golgota. Come nel testo dell'Ave verum risale fino al cuore ardente di Cristo "immolato sulla croce per l'uomo", ne insegue l'effusione inarrestabile nell'"onda" del fiume di acqua e di sangue sgorgato dal suo fianco squarciato, e da questo dono misericordioso di energia divina spartita senza riserve con tutti gli uomini ricava lo slancio di invocare una vicinanza premurosa nella prova della morte, la pietà per la propria sorte eterna, il privilegio di poterLo a nostra volta "gustare" per sempre in una comunione senza più barriere e limiti di separazione: dalla morte passando alla vita nella sua pienezza totale, ricalcando lo stesso cammino che è stato il salto pasquale di Cristo dalla tomba del Sepolcro al trionfo della risurrezione piena di "dolcezza" e di luce.

Il movimento di idee che sta al di sotto dell'inno dell'Ave verum corpus, a ben guardare, è lo stesso che percorre la sequenza dello Stabat mater, o che si innesca nello scorcio conclusivo delle più classiche orazioni mariane, come l'Ave Maria o la Salve regina. Gli inventori di queste formule geniali della pietà cristiana non sono mai figure individuali identificabili. Alle loro spalle, sta la paziente codificazione di una grande devozione condivisa, prima vissuta nelle sue radici di esperienza, poi tradotta in equilibri di parole e ritmi di poesia. In particolare, spicca la forte vicinanza tra la logica d'impianto dello Stabat mater e l'Ave verum corpus. La loro sintonia riflette una genesi in larga parte comune: entrambi sono testi che affiorano dal febbrile cantiere inventivo dell'ultimo Medioevo.



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