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STORIA & FEDE/ "Ave verum", quando la pietà cristiana incontra il genio

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Papa Francesco (Infophoto)  Papa Francesco (Infophoto)

L'Ave verum corpus, di nascita totalmente oscura, viene d'abitudine fatto risalire a redattori anonimi del XIV secolo. La data di emersione non è assolutamente casuale. Testo di esaltazione del vero corpo di Gesù, incarnato per noi e sacrificatosi sulla croce fino all'ultima goccia del suo sangue per ridonarci la vita, la sua fissazione in una stabile forma scritta si colloca esattamente a ridosso del primo decollo in grande stile della devozione incentrata sulla memoria eucaristica della presenza di Cristo nel segno del Sommo Sacramento. 

Il Duecento, il secolo della fine di san Francesco e della giovinezza di Dante, aveva visto l'esplosione dei miracoli eucaristici e la crescita, anche dal basso del popolo cristiano, del culto della presenza reale di Cristo. Nel 1264 papa Urbano IV, da Orvieto, estese alla Chiesa universale la festa del Corpus Domini, che da poco andava introducendosi negli usi liturgici della cristianità. Da allora, il cammino verso l'espansione del realismo della pietà attaccata ai segni della memoria visiva e alla fisica identificazione con le sofferenze inflitte al vero Figlio di Dio disceso in mezzo agli uomini per liberarli dal peso delle colpe non fece che accentuarsi. Non bastarono le parole per contenere la forza d'impatto del sentimento cristo-mimetico. Venne subito in soccorso l'arte cristiana. Si mobilitarono la musica, il teatro, la pittura, la scultura policroma. Si inventarono gesti e nuovi rituali che davano sfogo agli affetti più vivaci degli individui e li spingevano ad agire, come avveniva nelle sontuose processioni corali del giorno dovunque dedicato alla festa del Santissimo Sacramento dell'altare. Con tutta la concretezza di ciò che si era, si tornava a calcare le orme già in modo paradigmatico impresse dal "vero corpo" di "Gesù dolce, Gesù pio, figlio di Maria": in tutto uomo come ognuno di noi, e nello stesso tempo totalmente Altro.



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