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RUSSIA & UCRAINA/ Scalfi: gli idoli occupano il vuoto lasciato dalla fede

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Andrej Rublëv, Cristo redentore (1410 circa) (Immagine d'archivio)  Andrej Rublëv, Cristo redentore (1410 circa) (Immagine d'archivio)

Invece, la Petranovskaja dice: «Siamo tutti colpevoli e tutti vittime». Questo ci ricorda le parole di un dissidente: «Se la Russia è quello che è, è perché io sono quello che sono». Quindi c'è un'assunzione di responsabilità e non semplicemente una condanna, mentre quando ci si limita a condannare, si aggiunge solo male a male e la critica da sola non cambia mai nulla.

«Siamo tutti carnefici e tutti vittime, nessuno è soltanto carnefice o soltanto vittima». Questo vuol dire che siamo tutti responsabili. Al contrario, basta che gettiamo un occhio alla politica italiana, e vi ritroviamo quel radicato costume del comunismo di intravedere sempre un nemico, di ritenere che la causa del male sono sempre gli altri, la destra, o la sinistra o il centro, mentre io sono sempre a posto e chi sbaglia sono sempre gli altri.

Nessuno di noi è a posto, c'è sempre qualcosa da fare e da rimediare, perché la nostra conversione non è mai completa. Un vescovo greco-cattolico rumeno, Virgil Bercea, vescovo di Oradea, dice: «Sia la Russia che l'Ucraina risentono le conseguenze dell'ateismo sovietico, sia la Russia che l'Ucraina hanno dimenticato di essere cristiane». Questo è il fatto: quando ci si dimentica di essere cristiani, al posto di Cristo si innalza qualche idolo, in questo caso la nazione, ma anche tanti altri.

Elena Kadyrova, anche lei credente, scrive: «C'è un'unità comune che ci può riunire». Ci vuole del coraggio per dire in questa situazione che non è la grandezza dello stato, di Mosca o di Kiev, che ci può riunire, ma qualcosa di più grande: «Ciò che è veramente umano, e soprattutto ciò che è cristiano, questo sì riunisce. Le crisi negative hanno tutte la loro radice nell'aver dimenticato Cristo come valore assoluto». Questa considerazione è valida non solo per loro, ma anche per noi, perché non realizziamo la nostra umanità, se ultimamente non poniamo Cristo al primo posto.

Ancora la Kadyrova aggiunge: «È necessario più che mai compiere un gesto personale, che non è un gesto politico, ma perché questo è il modo migliore per edificare la società. Il principio personale più assoluto è quello di Cristo. In Cristo Occidente e Oriente non sono due mondi divisi − è una citazione, che fa propria senza indicare la fonte −, rappresentano piuttosto due civiltà, due mentalità distinte destinate a completarsi vicendevolmente nella Chiesa, ma se togliamo Cristo a questi due mondi, non ci potrà essere capacità di unirsi».

È bello che venga evidenziato questo punto che dovremmo fare anche nostro, senza schierarci da una parte o dall'altra, cosa che non produce altro che irresponsabilità e abitudine a condannare. Il richiamo a Cristo può sembrare retorico, espressione di uno spiritualismo astratto dalla realtà, mentre lei sottolinea giustamente che è l'unico modo per essere concreti e risolvere i problemi sia politici che sociali.



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