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LETTURE/ Turgenev, Tolstoj, Dostoevskij, lo "scontro" tra l'anima e il nulla

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Lev Tolstoj (1828-1910) (Immagine d'archivio)  Lev Tolstoj (1828-1910) (Immagine d'archivio)

Proprio per questo le sue opere, e i suoi personaggi, pulsano di vita; anche se talvolta sono tanto ripiegati su se stessi da perdere di vista il mondo circostante. Ma poi, improvvisamente e del tutto gratuitamente, alcuni di loro entrano in una dimensione spirituale e si ritrovano a un passo dalla comprensione del mistero del mondo. Più in là non riescono ad andare: sarebbe un incontro con un Ineffabile che Tolstoj non voleva identificare in nessuna religione rivelata. Per questo, quest'uomo in perenne ricerca si prese una scomunica.

Dei tre, Dostoevskij (1821-1881) ebbe certo la vita più difficile, continuamente minacciato dai debiti, da varie instabilità, dalla precarietà di vita; ma neppure lui scelse, come avrebbero potuto fare Balzac o Zola, di comporre opere socialmente impegnate. Al contrario, persino quando l'idea di un romanzo è innescata da un evento politico (come nei Demòni), ciò che gli interessa è l'uomo interiore. I suoi protagonisti sono uomini sofferenti e dilaniati, incompresi, a volte psicopatici, che vengono come sezionati, straziati, infine ricondotti ad unità. Il combattimento morale esplora abissi fino ad allora inaccessibili, la sofferenza e il peccato si aprono alla dimensione trascendente e si fanno talvolta espiazione e perdono; tanto che i più puri, come Sonja, Myškin, Alëša, sono addirittura immagini cristiche. Precorrendo il romanzo novecentesco, Dostoevskij si considerò realista nel senso più alto: perché, invece di descrivere le condizioni sociali, rappresentò tutte le profondità dell'anima umana. Il personaggio di Dostoevskij è bisognoso di redenzione e si apre al trascendente: solo allora trova pace. In caso contrario non gli resta che disperazione.  

È questa, secondo l'autore, la differenza radicale tra il romanzo europeo occidentale e quello russo. L'autore concorda con Steiner nel sostenere che "la tradizione di Balzac, Dickens e Flaubert era secolare. L'arte di Tolstoj e Dostoevskij era religiosa".

Cito dall'interessante introduzione: "I tre romanzieri si muovono così verso il recupero di un'antropologia tripartita dove, accanto alla sfera fisica e a quella psichica, emerge una sfera spirituale che consente l'inabitazione del divino nell'uomo. Solo l'esistenza di questa regione spirituale permette all'uomo di scegliere liberamente, di decidere responsabilmente sottraendosi ai condizionamenti dell'ambiente". Così le tre grandi "anime russe" (epiteto valido sia per i personaggi che per i loro autori) restituirono all'Europa un bene preziosissimo che si stava già perdendo.


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Giuseppe Ghini, "Anime Russe", Ares, Milano, 2014



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