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LETTURE/ Si può davvero amare senza "distruggere" l'altro?

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William Congdon, Crocifisso (Immagine d'archivio)  William Congdon, Crocifisso (Immagine d'archivio)

Fabbri, in Inquisizione, ci fa intravedere tutta la provvisorietà e anche la violenza di questo tentativo: Angela confessa infatti che, in passato, quando ha capito che Renato le sarebbe "sfuggito", avendo deciso finalmente di entrare in seminario, ha tentato di uccidere se stessa e lui. Così lei dichiara: «Io sentivo che Renato non mi apparteneva più… Perché – l'avevo capito – era nelle mani… dell'Altro. Era interamente prigioniero di Dio. E allora mi prese una selvaggia volontà di strapparlo anche all'Altro; non timore, ma un impulso smisurato, gigantesco, totale di combattere contro Dio stesso… Io sento un sordo rancore – un odio verso questo Dio che non ha compassione di me, e me lo strappa… e continua a strapparmelo ancora… Io lo voglio osteggiare con tutti i mezzi, con tutte le mie forze, io, io, da sola, una donna, io». 

L'amore, affermando se stesso, si era capovolto in violenza; e solo una miracolosa casualità aveva impedito la morte di entrambi. Il matrimonio fra i due era stato, paradossalmente, non il compimento dell'amore ma la resa ad esso, una resa simile a una sconfitta: un cedere ad un'incapacità di amare che si riconosce come definitiva. C'è nel rapporto fra Renato e Angela uno scandalo, una lotta, fra due modi d'amare, due possibilità dell'amore, e questo scandalo viene individuato nella persona di Cristo. È Angela stessa ad affermarlo, con rabbia: «Vuoi sapere quel che ci divide? Tu non lo sai… ma io sì! Ci hai girato attorno, attorno… Proprio l'amore di Cristo. Io non amo Cristo. Per me Cristo non c'è, non c'è stato… per me Cristo non è venuto… non è passato… non ha lasciato traccia… e invece tu l'adori. Il nostro nemico è Lui». 

Sarà infine l'Abbate a dire, in un grande monologo finale, una parola definitiva, che non è una predica bensì la domanda, la necessità di un evento: «Si tratta di scegliersi un'altra compagnia. Stringi stringi, il problema di tutta la vita, per tutti, è solo questo: cercarsi, scegliersi una compagnia. (…) Una donna – dei figli – degli allievi – o la scienza, o l'arte – o il popolo da difendere… l'umanità intera da trasformare! Che credete! È tutta sete di compagnia. Eppure, a un certo momento: macché! La bocca amara, lo scontento, il vuoto. Ci si accorge di essersi sbagliati. Non era quella la cosa importante che volevamo fare… La cosa importante c'è sfuggita, si è come camuffata e c'è sfuggita… (…) È che noi pretendiamo di cambiarci. Mi capite? Uno vuol cambiar l'altro e l'altro l'altro… e così via… L'origine di tutto il male è qui. Questa pretesa, questo diritto alla tirannia che crediamo d'avere… Il miracolo è tutto qui: riuscire ad accettarci così come siamo. (…) Questo ci fa paura: l'abisso immutabile di quel che siamo – e il coraggio di accettarci così come siamo… Se non abbiamo questo coraggio, questa forza io vi dico che è la tirannia, la guerra eterna… − Ci vuole un miracolo, ci vuole! Chiamare tra noi Colui che ci ha fatti così. Solamente Lui può accettarci così come siamo perché è Lui che ci ha fatti così. Lui può amarci». 



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