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LETTURE/ Si può davvero amare senza "distruggere" l'altro?

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William Congdon, Crocifisso (Immagine d'archivio)  William Congdon, Crocifisso (Immagine d'archivio)

La vicenda del drammaturgo Diego Fabbri, nato a Forlì nel 1911 e morto a Riccione nell'80, è singolare: in vita, un successo teatrale stabile e continuo che ne ha fatto l'autore italiano più rappresentato sui palcoscenici internazionali dopo Goldoni e Pirandello; dopo la scomparsa, un oblio diffuso, tanto nella critica letteraria quanto nei cartelloni teatrali. Un silenzio che, se da un lato si spiega con una certa diffidenza ideologica (Fabbri era dichiaratamente cattolico), dall'altro non deve indurre a considerare questo silenzio una realtà immutabile. Speriamo quindi di tornare a occuparci di un autore che – spesso in posizione solitaria nei suoi anni – ha voluto mettere al centro del proprio discorso artistico la questione cristiana, considerandola non un semplice argomento di discussione, ma il punto focale, il luogo di sintesi di qualsiasi dibattito che avesse al centro l'uomo. 

Non potendo in una sola volta affrontare una carrellata sull'intera opera di Fabbri, vogliamo soffermarci oggi su un'opera, una delle sue prime, scritta nel 1946 e messa in scena a Milano nel '50, dal titolo Inquisizione. Trattandosi di un testo noto perlopiù solo agli studiosi, possiamo permetterci per una volta il piacere di raccontarla. La struttura di Inquisizione è, peraltro, molto semplice, quasi simmetrica. Ambientato in uno sperduto santuario di montagna, quattro personaggi: l'Abbate (il cui nome non viene mai pronunciato); Sergio, un giovane e inquieto sacerdote suo coadiutore; Renato, un docente universitario, e sua moglie Angela. Questi ultimi arrivano al santuario in preda a una profonda e diversa inquietudine: verremo infatti a sapere che Renato, in gioventù, voleva diventare sacerdote. Fu Angela, innamorata di lui, a cercare d'impedirglielo: prima con la seduzione erotica, poi con il ricatto morale del suicidio. Arrivano al santuario col desiderio di un chiarimento; e vi trovano un altro uomo in crisi, Sergio, ribelle verso la Chiesa e sul punto di lasciare il santuario e abbandonare il sacerdozio. Vigile, burbero e taciturno è invece l'Abbate, con le mani nascoste nella tonaca a sgranare il suo rosario. 

I drammi individuali, incrociati e messi a reazione, esplodono, venendo alla luce per quello che sono: una richiesta d'aiuto, il desiderio di percorrere una vera strada, di compiersi in un destino, di accettare la croce della propria imperfezione e di quella altrui. Ma, soprattutto – ed è su questo che il centro del dramma poggia, e verso cui precipita – l'urgenza di imparare ad amare: di realmente capire come amare gli uomini. Fabbri introduce qui il sentimento di una mancanza – quella di non sapere come amare – che tanto la sua epoca quanto la nostra rifugge continuamente. Ovunque, nella cultura e nell'arte, perfino nella pubblicità e nella politica – oggi come allora – l'amore è celebrato come valore assoluto e indiscutibilmente positivo. Pochi sono quelli che pongono invece la questione di cosa effettivamente sia l'amore, e di come davvero si possa amare – amare realmente, senza distruggere, senza annientare l'altro, affermandolo con tenerezza pari a quella che si vorrebbe per sé. 



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