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1914-2014/ Sarajevo, 28 giugno: il momento fatale e il gioco dei "sonnambuli"

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Immagine d'archivio  Immagine d'archivio

L'attentatore tentò il suicidio, ma fu bloccato dalla folla inferocita, picchiato e, poi, arrestato. Il gruppo degli attentatori, sette in totale, si disperse, probabilmente ritenendo che l'obiettivo fosse stato raggiunto. Sembrava davvero tutto finito. In realtà l'arciduca, con la moglie Sophie, aveva nel frattempo raggiunto, incolume, il luogo del ricevimento, dove era stato accolto dal sindaco della città, in un clima irreale e nervosissimo. La sua prima preoccupazione era stata per le persone ferite, chiedendo di poter far loro visita nell'ospedale dove erano state portate. 

Caso volle che, durante il percorso, l'auto dell'arciduca, insieme con la sua scorta, sbagliasse strada, svoltando proprio presso il Ponte Latino, dove si era appostato Gavrilo Princip, uno degli attentatori. Avvicinatosi al lato destro del veicolo, Princip esplose due colpi di pistola. Il primo colpì Sophie all'addome, dopo aver trapassato la portiera. Il secondo colpì Francesco Ferdinando al collo, dove non era protetto dal giubbotto antiproiettile che gli era stato fatto indossare. Entrambi morirono di lì a poco, su quella stessa auto, in corsa nel vano tentativo di recare loro soccorso. Princip tentò il suicidio, secondo gli ordini che erano stati impartiti a tutti i membri della Mano Nera, ma fu bloccato dalla folla. Rivolte antiserbe scoppiarono, di lì a poco, sia in città che nei dintorni, tra le popolazioni bosniaco-croate e islamico-bosniache.

Lo choc in Europa fu impressionante, con un'iniziale simpatia per la posizione austriaca. Dopo un'indagine sul crimine, che evidenziò le responsabilità serbe, Princip, che era solo diciannovenne, fu condannato a vent'anni di carcere e trasferito nella prigione di Terezin, in Boemia, dove morì di tubercolosi nel 1918. 

L'Austria-Ungheria, riscontrato l'appoggio tedesco (il famoso "assegno in bianco"), inviò un ultimatum al governo serbo, circa lo status della Bosnia-Erzegovina e la richiesta di porre fine a ogni forma di sostegno alle attività delle organizzazioni terroristiche panslaviste. Seguirono, com'è tristemente noto, la mobilitazione generale serba e quella parziale russa, cui l'Austria-Ungheria rispose con la dichiarazione di guerra, facendo scattare, a catena, il meccanismo delle alleanze che trascinò in guerra anche Germania, Francia e Gran Bretagna.

L'Europa era ancora in pace quella mattina di domenica 28 giugno 1914 e, se si leggono le dichiarazioni delle cancellerie nel mese successivo, sembrava che nulla dovesse cambiare davvero e sostanzialmente quello stato di cose. Anche quando gli eventi cominciarono a precipitare, ciascuno dei protagonisti pensava a uno scontro "regionale" e limitato nel tempo. 

Per dirla con Cristopher Clark, i protagonisti del 1914 erano "sleepwalkers", sonnambuli, che guardavano la realtà, senza vederla, prigionieri dei propri schemi e resi ciechi davanti all'orrore che stavano per scatenare nel mondo intero. Quel che accadde fu una tragedia su cui sarebbero stati versati fiumi di inchiostro, a guerra finita, per giustificare la propria versione dei fatti, cercando un colpevole unico, allo scopo di dare un fondamento giuridico ai trattati di pace, primo tra tutti quello di Versailles. 



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