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LETTURE/ Da Pasolini a Ratzinger, la poesia ci svela come è fatta l'anima

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Canova, Amore e Psiche (Immagine d'archivio)  Canova, Amore e Psiche (Immagine d'archivio)

Analogamente, leggiamo Leopardi quando ci turba, scavalcando tutte le parole, la nostalgia dell'infinito. La nostalgia di una non meglio precisabile res amissa, come la chiamava Giorgio Caproni: «Tutti riceviamo un dono. / Poi, non ricordiamo più / né da chi né che sia. / Soltanto, ne conserviamo / – pungente e senza condono – / la spina della nostalgia»(Generalizzando).

Qual è la res che abbiamo perso ma che tanto ci punge? «Non ne trovo traccia», scriveva Caproni, «non ne scorgo più segno», «non spero più di trovarla»: eppure torna a farsi sentire, a non lasciarci tranquilli, proprio nell'esperienza della poesia. A mancarci al punto da costringerci a chiedere chi sia mai questo «sconosciuto», che stranamente sentiamo come l'«amico» che ci aspetta al fondo di noi stessi, per dirla con le struggenti parole di Pär Lagerkvist: «Uno sconosciuto è il mio amico, / uno che io non conosco. / Uno sconosciuto lontano lontano. / Per lui il mio cuore è colmo di nostalgia. / Perché egli non è presso di me. / Perché egli forse non esiste affatto? / Chi sei tu che colmi il mio cuore della tua assenza? / Che colmi tutta la terra della tua assenza?»

Sì, nella nostalgia non si può sguazzare. Come non si può sguazzare nella poesia. Perché non sono oceani, ma lo desiderano, e perciò sbocciano in domanda. Non riempiono, ma acuiscono l'urgenza della pienezza; non si beano dell'assenza, ma accertano della presenza; non sono cieli, ma il punto in cui il cielo si affaccia, dantescamente «s'indova». E in quel brevissimo istante ti fa struggere come non mai, perché, proprio accorgendoti che ti manca, non hai più dubbi che c'è e che non meriti niente di meno; perché, proprio mentre ti viene incontro, sprofondi inguaribilmente nell'evidenza che senza no, non ha senso vivere.

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