BENVENUTO   |   Login   |   Registrati   |
Imposta Come Homepage   |   Ricerca Avanzata  CERCA  

LETTURE/ Da Pasolini a Ratzinger, la poesia ci svela come è fatta l'anima

Pubblicazione:

Canova, Amore e Psiche (Immagine d'archivio)  Canova, Amore e Psiche (Immagine d'archivio)

«A volte è dentro di noi qualcosa / (che tu sai bene, perché è la poesia) / qualcosa di buio in cui si fa luminosa / la vita: un pianto interno, una nostalgia / gonfia di asciutte, pure lacrime».

I versi della Guinea di Pier Paolo Pasolini identificano la poesia con la nostalgia: qualcosa che si agita nella profondità più oscura e confusa del nostro cuore, e che ci fa piangere, illuminando d'un tratto la vita. L'accadere di tale nostalgia coincide con l'esperienza della poesia: l'inaspettata, squilibrante, mancanza di qualcosa che non sappiamo definire ma a cui vorremmo ritornare, a cui istantaneamente quasi ritorniamo; una perfezione che certe parole ci fanno sentire lontanissima, e al tempo stesso indispensabile. Non è necessario che qualche poesia tematizzi espressamente l'inquietudine, la distanza, l'assenza; perché è la vita stessa, in un certo istante, che scopriamo invasa, determinata, proprio da quello che ci manca: come se non ce ne ricordassimo più, e improvvisamente sono certe parole, o certi suoni, o certe rime, o certe immagini, a farci desiderare di più, ineffabilmente di più di quello che abbiamo, che sappiamo e che facciamo.

Nel romanzo di Vasilij Grossman Vita e destino, succede ad alcuni deportati, tra «il filo spinato» e il «tanfo di sporcizia», di imbattersi per caso in un'orchestra che suona: «come se una tiepida cascata di zingara pioggia estiva, accesa dal sole, fosse precipitata scintillando al suolo». Quale fu «la forza sbalorditiva» di quelle note? «La musica che sfiora il condannato, suscita d'improvviso nella sua anima non pensieri né speranze ma solo il miracolo cieco e penetrante della vita. Dalla colonna si levò un singhiozzo. Sembrava che ogni cosa si fosse trasfigurata, si fosse fusa in unità»

Come mai la musica provocò il «miracolo» della vita fino a farla prorompere in singhiozzi? Perché «la musica fu in grado di esprimere l'ultima scossa inferta all'anima, che riuniva nella sua oscura profondità la felicità e la pena provate in vita con questa nebbiosa mattinata, con l'alba sospesa sulla testa. Ma forse non era così. Forse la musica era solo la chiave dei sentimenti dell'uomo, aveva spalancato le sue viscere in quell'istante spaventoso, ma non era lei a riempirlo. Capita che una canzoncina infantile faccia piangere un vecchio. Ma non è per la canzoncina che piange il vecchio, essa è solo la chiave che apre la sua anima»

C'è bisogno che qualcosa – accadendo – apra l'anima dell'uomo, svelando che di solito invece è chiusa nei suoi pensieri, nei suoi progetti, nei suoi umori. Ecco l'esperienza della poesia, o della musica: una «chiave» che spalanca il cuore, e che in nessun modo può «riempirlo», perché non spiega, non istruisce, non consola, non elargisce perle di saggezza. Sono parole e suoni che fanno piangere: ma per cosa piangiamo? Non per quelle parole o per quei suoni, ma per quello che improvvisamente riscopriamo che ci manca. E di cui, al tempo stesso, facciamo iniziale esperienza, proprio dentro quella nostalgia. 



  PAG. SUCC. >