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STORIA/ 1914, la sconfitta del "padrone del mondo"

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Oltre alle storiche presenze coloniali altri Stati si impegnano nella corsa alla conquista delle colonie (Belgio, Germania, Italia e Stati Uniti). I territori conquistati sono totalmente controllati, dall'aspetto militare a quello politico, da quello sociale a quello economico, dai nuovi padroni. 

I campi di tensione in Europa sono vari, la frattura più grave è quella tra Germania e Francia, per l'Alsazia-Lorena; un crescente contrasto oppone Regno Unito e Germania per il desiderio tedesco di disporre di una marina di potenza paragonabile a quella britannica. Un'altra area di forte contrasto sono i Balcani, dove, man mano che si aggrava la crisi dell'Impero ottomano, si fronteggiano Austria-Ungheria e Russia. Dall'inizio del secolo assume un ruolo di detonatore il nazionalismo serbo. Ma la primavera del 1914 porta novità, alcune tensioni tra gli Stati europei sembrano comporsi: il presidente della Repubblica francese Poincaré si reca a cena nella sede dell'ambasciata tedesca a Parigi, in un clima sereno. È la prima volta dal 1871 che un presidente francese accetta un invito del genere. Il Kaiser Guglielmo II a Berlino aveva già partecipato ad una festa presso l'ambasciata francese in occasione del Trattato sul Marocco e sul Congo. Sono atti difficilmente interpretabili come segnali di conflitto imminente. L'antagonismo franco-tedesco si attenua e, in particolare in campo siderurgico e carbonifero, si realizzano diverse società miste. In un mondo che sembra procedere in relativa tranquillità un evento sconvolge tutto.

Succede qualcosa che non poteva accadere all'indomani di un secolo che – nota il filosofo Alain Finkielkraut − aveva sostituito il rullo delle bombarde con la corsa delle locomotive. Un fatto di cronaca aristocratica – l'omicidio di Sarajevo − che degenera; il brigantaggio del caso nella foresta degli avvenimenti. La notizia dell'assassinio dell'arciduca ereditario d'Austria, Francesco Ferdinando, e di sua moglie, occupa molto spazio sulle pagine dei giornali, ma la preoccupazione che potesse essere la miccia di un conflitto generale all'inizio fu quasi nulla e il mondo finanziario europeo non subì particolari scossoni. Le diplomazie sono convinte di poter sistemare la crisi con reciproche minacce, invece dopo la dichiarazione di guerra dell'Austria alla Serbia (28 luglio) nel giro di sei giorni tutta l'Europa (tranne l'Italia) è in guerra. 

I poteri invece di guidare la dinamica degli eventi si lasciano determinare dalla logica del gioco in cui ognuno spera che l'avversario lasci il tavolo, spaventato dall'ennesimo rilancio. Ma così non è. Si va a una guerra che, secondo alcuni, sarebbe durata solo poche settimane e che invece copre cinque terribili anni; una guerra "mondiale", la prima tragica forma di globalizzazione. Alla mobilitazione generale i giovani europei rispondono con entusiasmo (anche il socialista cristiano Charles Péguy si arruola per spirito di patria), tuttavia ben presto si trovano a marcire tra le trincee del fronte. I cattolici sono pacifisti, così come i socialisti che però in breve tempo, sulla spinta dei socialdemocratici tedeschi, aderiscono alla guerra. 



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