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LETTURE/ Sinjavskij, il "genio" sta all'inferno

Pubblicazione:

Rembrandt, Il ritorno del figliol prodigo (1668) (Immagine d'archivio)  Rembrandt, Il ritorno del figliol prodigo (1668) (Immagine d'archivio)

Nel 1965, attendendo l'arresto imminente, Andrej Sinjavskij, all'epoca affermato studioso di letteratura e scrittore clandestino con lo pseudonimo di Abram Terz, annota una serie di appunti occasionali, privi di disegno e sforzo compositivo: "volevo lasciare di me stesso, di Abram Terz, almeno questi rapidi appunti, capaci di definire i punti estremi della mia coscienza, quasi le sue coordinate, le coordinate entro le quali ero vissuto e avevo lavorato". Riuscirà a farli arrivare a Parigi, dove verranno pubblicati l'anno seguente, mentre il loro autore scontava la propria condanna al lager (lì nasceranno i suoi capolavori All'ombra di Gogol' ? Passeggiate con Puškin). A un decennio di distanza, nell'esilio parigino, Sinjavskij giudicava questi Pensieri improvvisi i più inspiegabili tra i propri scritti, e li definiva "una ricerca spasmodica dell'aria per respirare". Risuona in queste parole l'eco della celebre frase con cui nel febbraio 1921 Aleksandr Blok aveva spiegato la fine di Puškin ("Fu ucciso dalla mancanza d'aria. E con lui moriva la sua cultura"), anticipando al contempo le ragioni della propria (sarebbe infatti morto di lì a poco).

Oggi Jaca Book ripubblica i Pensieri improvvisi di Sinjavskij-Terz, apparsi per la prima volta in italiano nel 1967, insieme con una scelta degli Ultimi pensieri, inediti in italiano, composti trent'anni più tardi e usciti postumi nel 1998 (Sinjavskij, Pensieri improvvisi con Ultimi pensieri, a cura di Sergio Rapetti, pp. 128, 10 euro).

Accomuna questi pensieri, nati in epoche e luoghi tanto diversi, il genere letterario cui appartengono (l'aforisma, nel quale Sinjavskij eccelle), e l'essere stati composti al cospetto della morte – quella temuta, mentre incombeva l'arresto nella Mosca del 1965, e quella che sarebbe poi sopraggiunta, dopo una lunga malattia, nel 1997, a Parigi. 

Il tema dominante compare nei Pensieri improvvisi sin dal secondo aforisma: "Che coraggio avete di temere la morte? … Suvvia smettetela di tremare!... Animo! Avanti! In marcia!". Sempre restio a parlare della propria esperienza religiosa, come osserva Rapetti nella Postfazione – "non sono uno scrittore religioso, non sono un predicatore, non sono un moralista" affermerà nel 1980 – nell'Urss dei primi anni Sessanta, scrivendo per il cassetto Sinjavskij afferma che "solo nel cristianesimo c'è un contatto diretto con la morte". Il cristianesimo "è la religione della più grande speranza, nata dalla disperazione; è la religione della purezza che si afferma nella coscienza esasperata del peccatore; la religione della resurrezione della carne tra il lezzo della corruzione". 

Per Sinjavskij il cristiano ha un'unica arma, la prontezza a morire, "perché il terrore della morte non va eliminato, ma sviluppato fino a diventare forza capace di aprire una breccia nel sepolcro e balzare dall'altro lato". 



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