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ARTE/ Veronese, quando il genio ama la nostra felicità

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Paplo Veronese, Matrimonio Mistico di Santa Caterina (1547, particolare) (Immagine d'archivio)  Paplo Veronese, Matrimonio Mistico di Santa Caterina (1547, particolare) (Immagine d'archivio)

Bentornato Veronese. Ha quasi una portata liberatoria la mostra che la "sua" Verona (5 luglio – 5 ottobre) ha dedicato a «uno dei grandi pittori del mondo» (garantisce Roberto Longhi). Una mostra che arriva dopo quella, dal sapore trionfale, che gli ha appena dedicato la National Gallery di Londra. Il senso liberatorio non riguarda tanto Veronese, che di ulteriori consacrazioni non ha bisogno, ma noi visitatori che ci troviamo davanti un artista sereno come pochi altri, capace di esprimere una grandezza che non comunica mai né ansia né inquietudini. Come disse con grande acutezza Guido Piovene, scrittore e suo dichiarato fan, il Veronese «non mette nessuna pressione su chi lo guarda». 

Era un grande provinciale, Veronese. E quando, nel 1555, già ventisettenne, arrivò sul palcoscenico di Venezia, si mosse con cautela e scaltrezza, ben attento a non far ombra al genio permaloso di Tiziano (un genio che aveva già "eliminato" i vari Lotto, Pordenone, Paris Bordone; e che aveva scacciato dalla bottega il giovane Tintoretto...). Prese un lavoro in una chiesa ai margini della città, quella di San Sebastiano, dove lasciò un ciclo stupefacente. E subito dopo strappò persino un riconoscimento a quell'autentico imperatore dell'arte lagunare, cioè sempre Tiziano: la "corona d'oro" assegnata al miglior artista impegnato nel cantiere della Biblioteca Marciana. 

Veronese è un artista ottimista ad oltranza, la cui pittura felice potrebbe sembrare anacronistica se collocata in quel volgere di secolo documentato dalla pittura drammatica dell'ultimo Tiziano e da quella manieristica e densa di ombre di Tintoretto. In realtà Veronese ebbe una funzione che oggi potremmo definire anticiclica: nonostante tutti gli indicatori della storia fossero di segno negativo, lui istintivamente continuava a coltivare il grande sogno di una pittura capace di raccontare trionfi ed apoteosi: come si vede in una delle prime tele dipinte per i soffitti di Palazzo Ducale, gli dèi continuano a far piovere oro su Venezia. Il suo infatti non fu solo un sogno, ma prese la forma visibile e concreta di una parata di capolavori, a volte immensi sia come ambizione che come dimensione, davanti ai quali ancor oggi si resta incantati e completamente conquistati. Non è un caso che Veronese ci faccia così spesso alzare la testa perché il meglio di sé lo dà nei quadri da sotto in su: sono le tante tele dipinte per le dimore e le chiese veneziane in cui si prende il compito di spalancare i soffitti e di chiamare dentro cieli immancabilmente tersi. 

Qualche volta gli capitarono anche incidenti di percorso, visto che la storia in quei decenni era storia molto complicata. Nel 1573, ad esempio, venne chiamato dall'Inquisizione a rispondere per le troppe libertà che si era preso nel dipingere un'immensa Ultima Cena per il convento di San Giovanni e Paolo. Lui si scusò ma anziché correggere le infrazioni, convinse i suoi committenti a cambiare il titolo del soggetto, che divenne la Cena in casa di Levi (oggi è all'Accademia di Venezia). 



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