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PAPA/ Pisapia: senza il "cuore" di Francesco non c'è legge (buona) che tenga

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Papa Francesco (Infophoto)  Papa Francesco (Infophoto)

Quest'ultimo passaggio, che il Papa esemplifica nel comportamento del Buon Samaritano, non deve essere affidato al "buon cuore", ma deve essere codificato nelle leggi e garantito sino in fondo nell'esercizio concreto della giustizia penale, e non solo penale. Purtroppo non accade sempre, sono infiniti i casi di vittime che non ottengono il risarcimento materiale o morale a cui avrebbero diritto. 

Se l'inasprimento delle pene, come sottolinea il Pontefice, non risolve i problemi ne consegue – per riprendere uno dei temi trattati da Cesare Beccaria nel suo "libriccino" (così Alessandro Manzoni, nipote di Beccaria, definì il libro) - l'assoluta condanna della pena di morte, eliminata dallo Stato del Vaticano solo nel 2001 per volontà di Giovanni Paolo II (anche se dal 1870 non era più stata applicata). Sul tema Bergoglio non ha avuto quindi bisogno di intervenire, ma è indubbio che condivida l'assurdità del fatto che le leggi che puniscono l'omicidio finiscano per commetterne uno. 

Sarebbe però interessante, di fronte a una presa di posizione così precisa, conoscere il pensiero di Papa Francesco su un tema particolarmente delicato e "divisivo" – quello dell'ergastolo  - di cui si parla da tempo ma che, al di là dei convegni o dei dibattiti, il Parlamento non riesce, e non vuole, affrontare. Ricordo che nella legislatura 1996-2001 era stato approvato dal Senato un disegno di legge che aboliva il "fine pena mai" e che la Commissione ministeriale per la Riforma del codice penale, che ho avuto l'onore di presiedere, era pervenuta a una proposta di legge delega che prevedeva, in presenza di gravi reati oggi puniti con l'ergastolo, una pena carceraria adeguata alla gravità del fatto-reato, ma non infinita, cercando cosi di meglio conciliare la doverosa potestà punitiva dello Stato con l'art. 27 della Costituzione. 

Troppo spesso si considera il carcere come l'unico strumento utilizzabile nei confronti di chi è stato giudicato colpevole. Sappiamo tutti che non è e non deve essere così e non solo perché le condizioni delle carceri italiane non sono degne di un paese civile ma anche perché, come è ormai assodato, la percentuale di recidiva è molto più alta per chi ha scontato la pena in carcere rispetto a chi abbia usufruito di pene alternative. Questo non significa che bisogna abolire il carcere - per alcuni gravi delitti non c'è e non ci deve essere alternativa -, significa che per rendere concreto  il principio costituzionale della rieducazione del condannato sancito dall'articolo 27 della Carta ci sono modalità di espiazione della pena più efficaci, anche se meno afflittive, rispetto al carcere. 

Il Pontefice nella sua lettera affronta poi un tema delicatissimo come quello del rapporto tra l'esercizio concreto della giustizia penale e i mezzi di comunicazione. Un tema in Italia molto dibattuto senza però che si sia trovata una soluzione concreta per garantire un principio che io riassumerei così: le indagini devono essere riservate, il processo deve essere pubblico.



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COMMENTI
16/07/2014 - La rieducazione (luisella martin)

Pare importante - e l'articolo ricorda che è costituzionale - la rieducazione del condannato. Ma anche la vittima ed i famigliari della vittima dovrebbero essere sostenuti nel riaffermare i principi educativi che li hanno portati a fidarsi degli altri, a non chiudersi nella difesa aprioristica di sè e dei propri beni. Tali principi, offesi talora irrimediabilmente dal delitto di altri, dovrebbero essere finalmente scelti da chi ha commesso il reato,ma allo stesso tempo devono essere riconfermati da coloro che, spesso proprio per averli seguiti, ne sono risultati vittime.