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LETTURE/ Caproni contro Betocchi, "senza inferno e paradiso non ci sono poeti"

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Giorgio Caproni (1912-1990) (Immagine d'archivio)  Giorgio Caproni (1912-1990) (Immagine d'archivio)

La vicenda del libro – che uscirà infine nel giugno del 1956 – sarà ancora lunga e mentre Betocchi avrà tempo di pentirsi per aver suggerito a Caproni di non portarlo altrove, così Caproni avrà modo di rimarcare come benché gli anni passino i due amici restino «sempre dei "provvisori" in fatto d'impieghi […] avventizi sino alla fine, sempre col batticuore per i nostri figli (Caproni a Betocchi, 13 maggio 1956)»

Quel che resta centrale, tuttavia, del dialogo tra i due e della vicenda che racconta, è la ragione ultima con cui Betocchi spiega all'amico la sua difesa dell'editore: «Vorrei dirti, caro Giorgio, che noi non siamo responsabili della condizione sociale nella quale viviamo, ma siamo responsabili verso la nostra coscienza del nostro umano contegno. […] A differenza di molti, e qualunque fosse il mio giudizio generale sul rapporto di lavoro al quale ero obbligato, ho sempre rispettato chi mi ha dato il pane, l'ho compatito, direi, nel suo egoismo, ho cercato di comprenderlo nelle sue necessità e difficoltà. […] Tu hai ragione, d'accordo. Ma che misera soddisfazione aver ragione, che soddisfazione da intellettuali! Tu sei un poeta, e tu sai che la tua ragione è comprendere anche chi non ne ha, ovvero non ha che quella che gli assegna l'oscuro dominio delle cose, che ci trascina tutti: comprenderli più che essi stessi non si comprendano, e fare in modo che siano, parzialmente come sempre, i veicoli di quella ragione che tu difendi (Carlo Betocchi a Giorgio Caproni, 18 luglio 1955)».

La ragione ultima di un'adesione alle cose e a ciò cui le cose portano, di una gratitudine per chi dà il pane che rende corposa e reale la gratitudine per l'essere. Quella ragione che – a libro finalmente in bozza – Betocchi opporrà alle nuove remore caproniane, spingendo l'amico all'azione dovuta, sicuro in pari modo della sua ultima incognita quanto della sua necessità: «Urge che tu restituisca le bozze del libro per poterlo mandare anche al Premio Marzotto. Giorgio, devi farlo, e provvedere senza esitazioni, se vuoi conservare la mia amicizia. Non sei tu solo a decidere, c'è una ragione delle cose che non dipende da noi. Tu non sei un poeta voluto, ma un poeta naturale, autentico. Quindi non sai niente di te, e puoi giudicare solo fino a un certo punto, cioè facendo. […] Il dado è tratto non è una smargiassata, è una parola di vita. Senza questa parola non c'è né inferno né paradiso: e senza inferno e paradiso non ci sono poeti (Betocchi a Caproni, 18 giugno 1956)».



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