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DON GIUSSANI/ Cristo è "comunità" ma le scelte politiche sono personali

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Julián Carrón (Infophoto)  Julián Carrón (Infophoto)

Quante volte in questi anni, rileggendo alcuni testi di don Giussani alla luce delle sfide e delle domande che urgevano nella nostra vita, le sue parole (anche quando le conoscevamo bene) hanno acquistato una luce diversa, davanti ai nostri occhi si sono dimostrate più pertinenti di quando le avevamo lette la prima volta. Ci sono momenti in cui vediamo che don Giussani parla di più alla nostra vita oggi, addirittura di più di quando quelle stesse parole le ascoltavamo dalla sua viva voce.

Per quanto mi riguarda, ricordo la sorpresa nel rileggere alcune pagine di questo libro all’inizio del 2013, in un momento in cui cl era al centro dell’attenzione dei media per il suo rapporto con la politica. Rispondendo a Ronza che lo interrogava proprio sulla natura della presenza del movimento nella società, alla fine del 1975 don Giussani diceva: «Il primo livello di incidenza politica di una comunità cristiana viva è la sua stessa esistenza, in quanto questa implica uno spazio e delle possibilità espressive, e perciò presuppone una gestione autenticamente democratica del potere pubblico e della realtà politica e statuale in cui si situa. L’esistenza della comunità cristiana, per propria natura, non chiede la libertà di vita e di espressione come solitario privilegio, ma piuttosto di riconoscimento a tutti del diritto di tale libertà. Quindi, per il solo fatto di esistere, se sono autentiche, le comunità cristiane sono appunto garanti e promotrici di democrazia sostanziale». Continuava don Giussani: «Una comunità cristiana autentica vive in costante rapporto con il resto degli uomini, di cui condivide totalmente i bisogni, e insieme coi quali sente i problemi. Per la profonda esperienza fraterna che in essa si sviluppa, la comunità cristiana non può non tendere ad avere una sua idea e un suo metodo d’affronto dei problemi comuni, sia pratici che teorici, da offrire come sua specifica collaborazione a tutto il resto della società in cui è situata». Infine, «quando dalla fase della sollecitazione e dell’animazione politico-culturale si giunge a quella della militanza politica vera e propria, non è più la comunità in quanto tale a impegnarsi, ma sono le singole persone che a responsabilità propria, anche se formate dalla vita concreta della comunità medesima, si impegnano alla ricerca di strumenti ulteriori di incidenza politica sia teorici che pratici. […] C’è fra noi tutti in quanto cl, e i nostri amici impegnati nel Movimento Popolare e nella dc, un’irrevocabile distanza critica. […] E a questa distanza critica noi non rinunceremo mai. […] Del resto, se non fosse così, se cioè qualsiasi realizzazione per il solo fatto di essere stata promossa da persone di cl - sia pur note e rappresentative - diventasse meccanicamente “del movimento”, l’esperienza ecclesiale finirebbe per essere strumentalizzata, e le comunità si trasformerebbero in piedistalli e in coperture di decisioni e di rischi che invece non possono che essere personali» (pp. 152-155).

Come abbiamo visto leggendo la Vita di don Giussani,[2] tanti che credevano di conoscerlo si sorprendono nello scoprire che è di più di quello che pensavano. Noi per primi. Perché? Perché da una vita non si finisce mai di imparare, perché una vita non si può ridurre a «discorso» o «schema», è come un’acqua che non si riesce a contenere.



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COMMENTI
17/07/2014 - Grazie, don Julian. Grazie infinite! (Luigi PATRINI)

Grazie, don Julián. Grazie per averci richiamato tante volte in questi ultimi anni ad un insegnamento per me indimenticabile di don Giussani: CL è un ambito di educazione alla fede e la scelta politica è una responsabilità della persona, di ciascuna persona. Credo che questo sia un aspetto decisivo di ogni vera esperienza cristiana. Sono di CL da 52 anni, ho conosciuto personalmente don Giussani, che ha concelebrato anche il mio matrimonio con Mariangela. Mi è sempre piaciuto quanto Giussani scrisse a Giovanni Paolo II: non ho mai inteso fondare qualcosa di nuovo, ma proporre la possibilità di un'esperienza che ci faccia incontrare l'unica Chiesa di Cristo. Grazie, Carrón, che continui a richiamarci alla bellezza decisiva dell'esperienza cristiana: il fatto che l'io si scopre e cresce solo nel rapporto con Cristo e con la Sua Chiesa. L'unica Chiesa di Cristo; l'unica che esalta all'inverosimile la singolarità, l'unicità e l'irripetibilità di ciascuno che La segua, innamorandosene sempre più!