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PAPA/ Bignami (ex Prima linea): la giustizia? O diventa "carne", o non c'è

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Susanna Ronconi e Sergio Segio durante il processo a Prima linea nel 1980 (Immagine d'archivio)  Susanna Ronconi e Sergio Segio durante il processo a Prima linea nel 1980 (Immagine d'archivio)

Fu sufficiente, infatti, un giudizio leale, scevro da preconcetti, perché man mano tutti si rendessero conto della tragedia in atto. Così, quell'iniziale semplice disponibilità a riconsiderare le modalità formali di un impegno politico radicale – peraltro, da parte di chi era indiscutibilmente fuori gioco, sconfitto, segregato nel luogo socialmente deputato all'incondizionata esclusione – mise in moto una imprevedibile dinamica. Innanzi tutto, la liberazione dai vincoli associativi, pubblica e partecipata, personale e collettiva, consentì uno svolgersi corretto dell'iter giudiziario, che condusse a una verità processuale sostanzialmente condivisa e priva di buchi neri. Ciò favorì l'avvio di una serie di confronti tra detenuti e ceto politico istituzionale, una discussione che non poté essere solo legata alle ragioni storiche, socio-economiche, ai presupposti teorici e ideologici che avevano in vario modo inquadrato quegli anni di lotta, ma che coinvolse personalmente tutti i partecipanti, ognuno con il proprio percorso, ruolo e responsabilità. In piena onestà, ognuno ci mise del suo e tutti rischiarono del loro. 

Nel frattempo, il dibattito si era allargato anche ad alcune componenti delle Brigate rosse, fino a sancire l'oggettivo smantellamento di quell'organizzazione e a relegare a marginalità residuale le tematiche combattenti che avevano caratterizzato la seconda metà degli anni Settanta. Inoltre, le articolazioni formali e organizzative di quell'avvenimento, vale a dire il Movimento per la dissociazione politica dal terrorismo (la denominazione assunta dall'insieme dei detenuti partecipanti) e le Aree omogenee (i luoghi fisici di detenzione e, nel contempo, l'interfaccia tra il movimento e le istituzioni) si aprirono anche ai detenuti politici di destra che accettavano le regole comportamentali condivise, sostanzialmente equiparabili a quelle della democrazia. 

In questo modo si chiuse definitivamente quello strascico di guerra civile che aveva insanguinato il Paese dalla fine della seconda guerra mondiale, con rossi e neri a spararsi per tradizione. Senza volgari strumentalizzazioni e dolorose pubblicità, si avviarono anche molti singoli momenti di confronto con le vittime, o parenti di vittime, e si affrontarono quegli aspetti che sfuggono alle formalità politiche, giuridiche, storiche, ma sono nel bene e nel male la materia concreta – fatta di sangue, dolore, rancore e compassione – di tutte le dinamiche di rottura della legalità. Prima con lentezza e poi in maniera sempre più rapida, il clima nelle carceri si modificò positivamente, consentendo l'accesso di un gran numero di figure appartenenti alla società civile e l'avvio di un processo di socializzazione dell'istituzione penitenziaria, che proseguì fino alla fine degli anni Ottanta e per buona parte degli anni Novanta. 

Il confronto, allargatosi a tutti i partiti politici, dal Movimento sociale al Partito comunista, si concretizzò, infine, nella elaborazione di una proposta di legge che, approvata nel febbraio del 1987, consentì una progressiva decarcerazione di quasi tutti i detenuti politici e il ritorno di molti militanti rifugiatisi all'estero. Una legge che prevedeva, con grande lungimiranza, la necessità che ogni imputato entrasse nel merito di ogni sua personale e specifica responsabilità, senza potersi nascondere dietro a formule di generica ammissione. 



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