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PAPA/ Bignami (ex Prima linea): la giustizia? O diventa "carne", o non c'è

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Susanna Ronconi e Sergio Segio durante il processo a Prima linea nel 1980 (Immagine d'archivio)  Susanna Ronconi e Sergio Segio durante il processo a Prima linea nel 1980 (Immagine d'archivio)

Andare a fondo di ciò che è Giustizia ci obbliga, come sempre accade per le questioni capitali, ad un confronto con le due grandi narrazioni che hanno accompagnato l'Occidente, almeno fino alle soglie della post-modernità: il Logos, completato dalla forza evocatrice del Mito, e la Bibbia. Ce lo ricorda con chiarezza Luciano Violante nel suo bel commento a una lettera del Papa inviata il 30 maggio scorso ad alcuni operatori del diritto riuniti in congresso. Alle due sequenze interconnesse offesa-verità-conciliazione e offesa-conciliazione-oblio, all'origine del concetto di amnistia inteso come divieto di ricordare i delitti commessi per salvaguardare la riconciliazione tra i membri della polis, egli accosta la nozione veterotestamentaria di tsedaqah, un concetto che travalica la piatta concezione della norma e dà spazio al tessuto relazionale dell'uomo con gli altri, le cose, se stesso e specialmente con Dio, con l'Altro, con il Mistero. 

In questo senso è "giusto" chi apre spazi, e si apre a spazi, di comunione. E la Giustizia si fa carne, atti, dimostrazioni operanti di salvezza. A ciò il Nuovo Testamento, ce lo ricorda sempre Luciano Violante, aggiunge un ulteriore elemento deflagrante: Dio opera con radicale misericordia, antepone "illogicamente" il perdono alla conversione. Gli uomini capiscono ciò che è male e ciò che è bene, cambiano, si rinnovano, ricuciono relazioni quando si lasciano toccare da una Grazia che opera secondo un principio apparentemente paradossale: quello del Buon Samaritano, che non si pone il problema di chi sia il prossimo e si sporca le mani; quello del Buon Pastore, che abbandona le novantanove pecore per salvare l'unica smarrita; quello del Padre buono, che accoglie il figlio perso prima che sia pienamente consapevole della propria condizione umana, sconvolgendogli così il cuore, riponendolo in un circuito di comunicazione-comunione che lo rinnova – e che precipita, di converso, il fratello ubbidiente in una confusione forse foriera di un ulteriore cambiamento trasversale; quello del Seminatore, eccessivo e irragionevole, che lancia manciate di chicchi sui sassi e sui rovi, che punta anche su chi ha un cuore di pietra… un Generoso incurabile, sconsideratamente ottimista in un futuro improbabile. 

Un esempio straordinario di Giustizia come risultato di un insieme di procedure riconciliatrici capaci di sterilizzare i meccanismi della vendetta e del perdurare nel tempo del peso oppressivo dell'odio, per dirla con le medesime parole di Luciano Violante, un esempio purtroppo poco valorizzato per vari motivi che qui non possiamo enucleare, accadde tra il 1983 e il 1987: i quattro anni che posero fine alla lotta armata in Italia, e non solo. 

Nei primi mesi del 1983, in occasione di due processi che coinvolgevano buona parte dei militanti di Prima linea, ebbe luogo, in carcere, un congresso che decretò nell'estate di quell'anno lo scioglimento dell'organizzazione. All'inizio, la riflessione si era attestata unicamente sull'assoluta inadeguatezza dello strumento armato a modificare positivamente lo stato presente delle cose. Un ragionamento solo politico, quindi, ma già sufficientemente poco ideologico da modificare lo sguardo sulla realtà. 



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