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LETTURE/ Renzi, Schmitt e lo "stato d'eccezione": democrazia addio?

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Matteo Renzi (Infophoto)  Matteo Renzi (Infophoto)

Solo chi è rappresentato si può identificare con la decisione politica (il principio "no taxation without rappresentation", parola di libertà delle colonie americane contro la corona britannica, sarebbe infatti da ripensare oggi), non chi sottostà ad una decisione sovrana. Tale principio può essere restituito al suo funzionamento soltanto, e ciò pare più che ovvio, tramite una riforma della legge elettorale, che però, nella costellazione "schmittiana" attuale, è ancora di là da venire.

In questa situazione lo stesso Grillo, con il suo grido di ritrasferire la sovranità al popolo, fa politica di partito, meglio del partito suo, costituendo anch'egli una situazione "di fatto" e non "di diritto" attraverso l'identificazione tra la presunta "volontà generale" e la sua volontà partitica. A ben vedere, è lo stesso meccanismo dell'eccezione schmittiana, realizzato e costruito in maniera un po' diversa. Anche tale identificazione oltrepassa il principio di rappresentanza, e vede nella decisione del leader il momento in cui una presunta volontà popolare si forma.

Questa analisi cosa significa per la situazione politica di oggi? Dalla fine dell'era Berlusconi si lascia delineare una genealogia della crisi di sovranità in Italia che è confluita nella costituzione di un perenne "stato di eccezione". A ben vedere, lo stesso Berlusconi ha dato l'incipit a tale dinamica, indicando la crisi economica dell'Italia come "decisione" di attori stranieri, stati o agenzie di rating. Ma tali "schmittianismi", che da quel momento appaiono dietro ogni angolo, nascondono il vero problema, che è la crux della stessa retorica schmittiana, ossia il suo anti-liberalismo di fondo. La retorica schmittiana, impossessatasi dello scenario politico, fa perire lentamente gli ultimi residui di liberalismo di cui la storia della politica italiana può vantare parecchi esponenti di spicco (De Gasperi, Einaudi ecc.). 

Allo stesso momento, e ciò costituisce il vero indebolimento dell'Italia, il potere decisionale si rivela sempre di più un'illusione, in un mondo ormai determinato dalle regole di un'economia globalizzata e di meccanismi governamentali sempre meno compatibili a schmittianismi nazionali. In altre parole, per superare il paradosso di una sovranità sempre più illusoria e autocontraddittoria, ci sarebbe bisogno di centri decisionali molto meno "al di sopra della costituzione" quanto invece "al di sotto della costituzione". Tale cambiamento si può realizzare, però, soltanto attraverso riforme liberali che Renzi fin ora ha solo annunciato. Non è da scordarsi, infatti, che il liberalismo costituzionale stesso costituisce, nella storia delle idee politiche, il più forte avversario alle teorie di Carl Schmitt.

Ovviamente è più che difficile indicare delle "ricette" in questo momento. Invece, per concludere, lo sguardo si rivolge su colui che è stato l'avversario concreto di Schmitt: si tratta di un certo Erik Peterson la cui confutazione dell'opera schmittiana fu talmente sentita dallo stesso Schmitt che ancora 35 anni dopo, morto ormai il suo oppositore, sentì la necessità di rispondergli. 



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