BENVENUTO   |   Login   |   Registrati   |
Imposta Come Homepage   |   Ricerca Avanzata  CERCA  

LETTURE/ Renzi, Schmitt e lo "stato d'eccezione": democrazia addio?

Pubblicazione: - Ultimo aggiornamento:

Matteo Renzi (Infophoto)  Matteo Renzi (Infophoto)

Qual era questo argomento importante di Peterson? Egli ricorreva a sant'Agostino per criticare la retorica schmittiana, accusandola di essere una completa politicizzazione della vita sociale, con la conseguente degradazione di ogni libertà personale ed economica. Mentre la costituzione liberale riduce lo stato a garante per la realizzazione degli individui attraverso il libero mercato, la teoria schmittiana della sovranità lo rende riferimento assoluto ed ideologico per ogni singolo. Peterson, a sua volta, criticava Schmitt meno per difendere una posizione liberale quanto piuttosto per criticare la sua deduzione storica del decisionismo: il modello "costantiniano" in cui la Chiesa appoggia un'idea assoluta del politico e quindi un controllo politico della vita, non corrisponde all'idea originale del cristianesimo. In sant'Agostino, infatti, si troverebbe un dualismo significativo tra la "città terrena" e quella "celeste". Il liberalismo della costituzione ha quindi eminenti basi culturali, anche se in tempi di crisi sono questi ad essere dimenticati e messi via per primi. Una cultura di forte critica e ridimensionamento della politica e di chi decide sull'eccezione.

Anche questa cultura, a ben vedere, ha la radice in una "eccezione" italiana, ossia la presenza del Vaticano. Papa Francesco sta interpretando questo ruolo in un nuovo modo, fuori dagli intrecci istituzionali e da quel modello "costantiniano" che non consentiva alla Chiesa di costituire una vera eccezione allo stato. Non lo stato deve trovarsi in una posizione di eccezione, quindi, ma questa deve essere costituita al di fuori dello stesso, come ad esempio da una Chiesa che non cerca di esercitare potere politico, ma forma ciò di cui oggi, come contrappeso allo "stato di eccezione", ci sarebbe maggior bisogno: le élites morali, alla cui formazione la religione ha sempre dato e darà sempre un contributo indispensabile, per contrastare il livellamento della società e del suo legittimo pluralismo ad una mera società di massa. Secondo i pensatori liberali da Hayek a Röpke, infatti, è la società di massa, priva di élites morali e culturali, la più incline a perdere la propria libertà e ad una sovranità d'eccezione. 

Una tale società di massa è caratterizzata, innanzitutto, per la sconnessione tra ricchezza e responsabilità, e infatti in ciò sta forse il maggiore problema culturale dei nostri tempi, come del resto aveva previsto già lo stesso Röpke: «richesse oblige. Ogni privilegio, sia di nascita, sia spirituale o di onori, conferisce dei diritti solo nella misura in cui è accettato come un impegno. Ognuno deve far fruttare il proprio talento e non dimenticare mai la responsabilità che gli viene imposta da una posizione privilegiata. Se l'abusata frase "giustizia sociale" ha una giustificazione, è proprio questa. Uno dei doveri della ricchezza è di contribuire a colmare quelle lacune che il mercato lascia aperte, poiché si tratta di beni estranei all'ambito dell'offerta e della domanda. È un compito, questo, che non deve essere affidato allo Stato, se si vuole una società libera».

Riscoprire questo spirito che caratterizzava l'eccezione italiana sin dal Rinascimento, sarebbe la vera risposta alla crisi, che, come abbiamo visto, è decisamente più politica che economica.



© Riproduzione Riservata.

< PAG. PREC.