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LETTURE/ A che serve trovare i "fili" della storia?

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La pur ampia varietà dei titoli ruota perciò intorno a nuclei ben individuati e stabili: i saggi "cristologici" dallo Stabat mater alle Confraternite; i classici della storia intellettuale del cristianesimo occidentale da Dawson a von Balthasar, da Spitzer a Kristeller; la figura di san Carlo Borromeo e la cultura del Barocco e della Controriforma; il dialogo interreligioso; i protagonisti della modernità italiana che più hanno dialogato con quella tradizione, da Collodi a Pasolini. Ma la ricchezza dei soggetti rivela altresì l'ampiezza degli interessi dell'autore, che in questo contesto meno specialistico, rispetto a quello accademico in cui prevalentemente si esprime, riesce a trovare momenti di profonda riflessione storica anche nelle pieghe meno appariscenti della complessa azione umana. 

L'impressione che infine lascia la molteplicità degli argomenti toccati è quella di una sfida costante che la storiografia deve ingaggiare con la variegata contingenza dei fenomeni culturali, difficili da ridurre sempre entro prestabiliti e delimitati ambiti di ricerca. Mentre nelle sedi istituzionali, per dover essere esatta, a volte l'indagine scientifica sacrifica il dato culturale agli altari di linguaggi troppo neutri e specializzati, in questi «saggi» viceversa la realtà degli eventi storici sembra emergere con maggior fedeltà al dato culturale complesso, profondo, dialogico. Fosse solo per questa lezione di metodo, il libro varrebbe l'attenta e interessata lettura. 

Ma è giusto chiarire fino in fondo la metafora dei «fili della storia», giustamente barocca, che guida chi legge sin dal titolo: per quanto implicito, i molti «fili» intreciati da Zardin appartengono tutti ad un orizzonte comune, che rende «esemplari» anche per un altro motivo questi saggi. Lungi infatti dal voler rappresentare con i tanti sondaggi la frammentarietà in cui spesso si è voluta identificare una certa cultura moderna e post moderna, l'ipotesi di lettura più insistita del libro risiede invece nella constatazione che «le fratture e i salti di discontinuità» si sono appunto «annodati in modo inestricabile» con la sedimentazione del tempo storico. Come la corda di Gustafsson, che ora è di canapa e ora di cotone, anche le cesure della storia in realtà sono fatte di elementi preesistenti, che si continuano modificandosi nel tempo, e grazie ai quali si edifica la civiltà. Ed è questo tempo della storia ad essere connaturalmente refrattario ad un'interpretazione degli eventi come fatti isolati, quasi contassero solo e soltanto quando essi fossero accaduti come "eventi" eccezionali. È invece la loro continuità, e spesso anche la loro normale quotidianità storica, ad attrarre l'attenzione di Zardin; è la quotidiana «persistenza» a rendere grandi molti fatti della storia, come credevano gli Antichi, che ponevano le fondamenta delle loro istituzioni sulla lunga durata, per arginare il naturale mutarsi e trasformarsi delle cose del mondo. 

Si capiscono meglio, così, anche i tre soli termini che l'autore, nell'introduzione, pone in carattere corsivo: capire, rottura, in fieri. Compito dello storico è, come insegnava Vico, capire la diversità delle civiltà lontane e passate, dalle quali certo siamo separati da elementi di rottura, a causa del continuo divenire (in fieri) delle cose; eppure, poiché fatte da uomini, quelle imprese, quelle istituzioni, quelle culture così diverse possono sempre essere comprese: basta trovare in noi quella stessa profondità umana che le ha prodotte. 



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