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LETTURE/ A che serve trovare i "fili" della storia?

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Anche per questo molti Moderni sono tornati a ripensare, con il mito degli Antichi, che la storia e la poesia sono sorelle, figlie sempre di Mnemosine, figlie cioè della memoria, che rende abile ogni attività intelligente. Colto da una autentica «rivelazione», Zardin raccoglie e ci consegna la lezione di Pasolini (Pasolini: cosa ci ha lasciato il passato che abbiamo tradito), quando nel film La ricotta fa recitare come antica profezia di sibilla la cadenza di Io sono una forza del Passato: «Solo nella tradizione è il mio amore. Vengo dai ruderi, dalle chiese, / Giro per la Tuscolana come un pazzo, / per l'Appia come un cane senza padrone. O guardo i crepuscoli, le mattine / su Roma, sulla Ciociaria, sul mondo, / come i primi atti del Dopostoria, / cui io assisto, per privilegio d'anagrafe, dall'orlo estremo di qualche età / sepolta. Mostruoso è chi è nato / dalle viscere di una donna morta». 

«È una rivelazione commovente» commenta Zardin «quella che si spalanca se ci si lascia colpire dalla suggestione in un certo senso profetica dei versi». La poesia, noi aggiungiamo, compie proprio così il suo destino, di ricordare il senso del tempo alla storia che spesso, troppo spesso, lo dimentica. È in questa smemoratezza che la continuità della storia, la forza della nostra stessa identità, va in frantumi. Ecco allora, ad esempio, perché secondo Zardin diventa così urgente ricordare alla storiografia contemporanea la lezione di Gregory (Dal rifiuto di Dio all'invasione dello Stato: la lezione di Gregory): «Se si accetta la piena ragionevolezza di questo desiderio di arrivare a una sintesi che ricolleghi e metta in connessione i diversi frammenti dello sviluppo storico si comprende l'opportuna insistenza di Gregory sul fatto che non si può capire e tanto meno amare la storia senza fare spazio alle grandi continuità che ne sono il tronco di sostegno. Le continuità sotterranee sono in primo luogo le tradizioni su cui si basano gli ordinamenti che danno forma all'universo della società. Sono i legami che tengono unite le generazioni, la linfa che distribuisce il nutrimento in tutto il corpo di cui siamo le membra. Il flusso della vita che si riproduce nel tempo sta nascosto sotto i cambiamenti che le rivoluzioni della storia collettiva fanno esplodere lungo il suo cammino: perché il mondo dell'uomo è un corpo vivo, che cresce e si trasforma senza sosta, ma non può farlo che partendo dalla sua ossatura, stando dentro i limiti imposti dal codice genetico che la costituisce». Si capisce allora perché le periodizzazioni scolastiche della storia più tradizionale sono una «prigione»: perché «la storia vera non va avanti procedendo per "sostituzioni": è piuttosto una catena che si annoda e poi si riformula, si scioglie e si ricompone assumendo sempre nuovi assetti. La storia è, al fondo di tutto, "genealogia"», fatta come una serie diversificata di «rifiuti» e insieme di «trasformazioni» degli elementi «su cui si fondava la cristianità dell'Occidente medievale». 

Dovremo dunque anche riflettere, davanti a queste affermazioni, sulle ragioni per le quali è divenuto se non impossibile quanto meno rarissimo, nell'ambito della ricerca scientifica applicata alle dimensioni umanistiche, andare oltre la forma isolata dell'articolo o, nel migliore dei casi, superare quella ad "arcipelago", come nella raccolta di saggi, per provare invece a ricomporre quel quadro generale e sintetico che individui nella loro estensione i molti nodi e fili che fanno il presente venendo dal passato. Potrebbe essere una sfida interessante, che sarebbe bello fosse magari accolta dallo stesso autore del volume. 



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