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CASO TORTORA/ Quando i pm sono diventati "sacerdoti" del Giusto

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Tutto questo aiuta a capire quanto crudele sia stato, per lui, dover soccombere di fronte ad un'operazione di somma ingiustizia, somma proprio perché mascherata da giustizia e attuata da coloro che della giustizia avrebbero dovuto essere i custodi, anzi i sacerdoti: cioè i magistrati.

Tortora fu arrestato il 17 giugno 1983, mentre era all'apice del successo televisivo: la sua trasmissione del venerdì sera su Rai Due, Portobello, vantava 28 milioni di telespettatori, un'audience mai più raggiunta da nessuno showman nel nostro Paese. Il suo arresto avvenne nel quadro del cosiddetto «maxiprocesso» alla camorra, un «maxiprocesso» nel quale furono tuttavia coinvolte soltanto alcune centinaia di figure di secondo piano, mentre i veri capi della malavita napoletana restavano al sicuro. Occorre premettere che Tortora, genovese ma di origini napoletane, detestava fortemente la camorra e in genere la malavita, e più volte ne aveva fatto oggetto di duri attacchi televisivi. Il suo coinvolgimento nella grande retata fu pertanto il risultato di un complotto nato nelle carceri ad opera di incalliti delinquenti come il pluriassassino Giovanni Pandico e il killer Pasquale Barra (aveva strangolato il boss Francis Turatello, squarciandogli poi il petto e mangiandogli il cuore), decisi a farla pagare cara a quel rappresentante del perbenismo borghese così severo nei loro confronti.

La cosa più incredibile è che le accuse lanciate contro Tortora e raccolte a verbale prima dai carabinieri e poi dalla Procura di Napoli, iniziarono nel marzo 1983, ossia tre mesi prima dell'arresto di Tortora, sicché la magistratura ebbe tutto il tempo di verificarle, smascherando e perseguendo i calunniatori. Ma nessuna indagine bancaria fu fatta sui conti di Enzo, né il suo telefono fu posto sotto controllo, né egli fu mai pedinato. Al colonnello dei carabinieri Roberto Conforti e al procuratore di Napoli Francesco Cedrangolo bastarono quelle accuse basate sul nulla, che chiunque poteva inventare, per decidere di rovinare un galantuomo come Tortora. Il dottor Cedrangolo ricevette da chi scrive un accorato rapporto che lo metteva in guardia contro il terribile errore giudiziario che si stava commettendo: un rapporto, di cui conservo copia, che gli feci pervenire attraverso sua nuora, la giornalista Francamaria Trapani, allora mia collega al settimanale Gente, di cui ero caporedattore. Anche quella mia lettera non ottenne risposta. 

Dal momento dell'arresto, l'operato degli inquirenti fu mirato, anziché a cercare prove e riscontri alle accuse, a raccogliere le più inverosimili chiamate di correo, inventate da paranoici, mitomani, criminali come Gianni Melluso, calunniatori di professione e fanatici ricercatori di occasioni autopubblicitarie come il sedicente pittore Giuseppe Margutti.

Bastava che uno di tali individui, dall'interno di un carcere, o dall'anonimato della sua squallida vita quotidiana, si presentasse agli uomini del colonnello Conforti e ai sostituti del dottor Cedrangolo, perché le sue parole venissero prese come oro colato, pur prive del benché minimo straccio di prova, e il personaggio in questione ottenesse immediatamente un trattamento di favore. 



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