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CASO TORTORA/ Quando i pm sono diventati "sacerdoti" del Giusto

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Ormai quei Pm erano accecati dallo spasmodico sforzo di tenere in piedi la loro inchiesta, che sarebbe miseramente franata qualora si fosse scoperto il tragico errore compiuto con Tortora. Si arrivò a contestare al famoso presentatore un numero di telefono trovato sull'agendina dell'amica d'un camorrista: senonché quel numero corrispondeva a un certo Enzo Tortòna. Tortòna, e non Tortora. E comunque, sarebbe bastato comporlo sulla tastiera telefonica, per capire che il famoso giornalista non c'entrava nulla. Ma, per non correre il rischio, quei magistrati indegni (come li definirà poi la sentenza d'appello) attesero ben otto mesi prima di decidersi a fare quella telefonata.

Uno scempio simile della giustizia e del diritto non sarebbe potuto avvenire senza la complicità di quasi tutti i giornalisti italiani, colpevolisti fin dall'inizio o per beceraggine o semplicemente perché, in un'epoca in cui c'era già l'imbecillità di sinistra di marca radical-chic, Tortora, vecchio liberale, rigido conservatore di destra, stava antipatico. Tra di essi vi fu chi, alla notizia della condanna a 10 anni, brindò a champagne.

Né si può dimenticare − e qui concludo − la responsabilità morale dei liberali «ufficiali», da Zanone (l'affossatore del Pli: sua la frase suicida «Il Pli è un partito che si colloca a sinistra della Dc») fino a Malagodi, suoi compagni di partito (Tortora era iscritto al Pli dall'immediato dopoguerra), che non mossero un dito per difenderlo, non meno che quella, gravissima e inqualificabile, dell'allora presidente della Repubblica Sandro Pertini, ch'ebbe a dichiarare: «Tortora si è difeso male», forse non dimentico di una trasmissione in cui Enzo, assieme a me, gli aveva rinfacciato una sua proverbiale battuta: «Le Brigate rosse sono nere». Miserie ch'ebbero il risultato di far risaltare il grande merito di Francesco Cossiga, il quale, salito al Quirinale nel 1985, convocò Enzo Tortora, nella sua veste di presidente del Partito radicale, indifferente alla sua condizione di detenuto agli arresti domiciliari, trattandolo con un tale calore umano e una tale simpatia da non lasciare dubbi sul messaggio che aveva inteso lanciare a tutta l'opinione pubblica.

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