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CASO TORTORA/ Quando i pm sono diventati "sacerdoti" del Giusto

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La vicenda giudiziaria e infine la tragedia umana di Enzo Tortora, il famoso giornalista e presentatore televisivo prima incarcerato e condannato innocente per traffico di droga e poi morto di cancro in conseguenza del gravissimo torto subìto, continua a rappresentare la cartina di tornasole del difficile rapporto tra la giustizia e l'opinione pubblica nel nostro Paese. Il suo «caso», il «caso Tortora», continua infatti a pesare sulla coscienza dell'ordine giudiziario e sulla fiducia del popolo nei magistrati, e non si risolverà fintantoché i responsabili - tutti da molti anni ormai individuati per nome e cognome - non riceveranno una sanzione, quale che sia. 

Nei giorni scorsi uno di quei magistrati, Diego Marmo, in un'intervista al quotidiano Il Garantista, ha dichiarato: «Adesso, dopo trent'anni, è arrivato il momento. Mi sono portato dentro questo tormento troppo a lungo. Chiedo scusa alla famiglia di Enzo Tortora per quello che ho fatto». Nella requisitoria contro Tortora, lo aveva definito «cinico mercante di morte». La replica è arrivata da Gaia Tortora, la figlia di Enzo, oggi giornalista e caporedattore politico al TG de La7: «È troppo tardi. Ci sono trent’anni di mezzo. Ma se avesse ammesso prima, di aver sbagliato, non avrebbe ottenuto le sue promozioni».

Anni addietro, in occasione della teatrale ritrattazione d'uno dei calunniatori (Gianni Melluso: «Lo accusai, pur sapendolo innocente, per ottenere vantaggi da parte dei magistrati e dei carabinieri»), mi rivolsi al presidente nazionale dell'Associazione nazionale magistrati, Nino Abbate, con queste parole: «Da ben dieci anni aspettiamo la punizione (cioè aspettiamo che tirino fuori di tasca i soldi per pagare i danni) di quei pm e di quei giudici di Napoli che prima arrestarono e poi condannarono senza prove né indizi Enzo Tortora. Soltanto sulla "parola" di quindici "pentiti". Quello fu il proto-crimine, il peccato originale di tutta la magistratura italiana (requirente e giudicante). Commesso da pochi, anzi da pochissimi, ma con conseguenze incalcolabili e micidiali per l'intero Ordine. Le dò un'idea a buon mercato: lo Stato non ha voluto punirli? Ci pensi Lei, proponendone, sia pure con un enorme ritardo, l'allontamento dall'Associazione Magistrati. Non perderanno alcunché: non soldi, non stipendio, non promozioni, non potere. Soltanto una cosa: la faccia». Ovviamente, non ottenni risposta.

La proposta è ancora valida. Al di là della gravità del caso, la figura di Tortora ha infatti un'altissima valenza simbolica. Chi è stato suo amico, suo stretto amico, come chi scrive queste note, sa che Enzo non si tirava mai indietro se c'era da battersi per una causa di giustizia. Per esempio, all'epoca del suo arresto stava per metter mano ad un'indagine giornalistica sul linciaggio morale prima, e sull'assassinio poi, del commissario Luigi Calabresi, massacrato a Milano nel 1972 da fanatici dell'ultrasinistra. La persecuzione giudiziaria di cui cadde vittima lo distolse da questa ricerca, che toccherà poi al sottoscritto, dopo la sua morte, portare a termine.



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