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LETTURE/ Renzi, com'è difficile uscire dall'ombra di Berlinguer...

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La marcia dei 40mila quadri Fiat, 14 ottobre 1980 (Immagine d'archivio)  La marcia dei 40mila quadri Fiat, 14 ottobre 1980 (Immagine d'archivio)

Questa consisteva nel muoversi sul terreno della democrazia formale per procedere oltre, verso una "democrazia sostanziale", fondata su riforme di struttura, che avrebbero reso irreversibile la trasformazione economica, sociale e politica del Paese. Insomma: il socialismo come la vera e sostanziale democrazia, per approdare alla quale la democrazia formale è solo un utile vascello da bruciare, una volta toccata la nuova terra delle Indie. Come a dire: la vera democrazia è il socialismo. Parlare di "alternativa democratica", invece che di "alternativa di sinistra" non equivaleva affatto a moderazione, ma a riserva mentale per la normale alternanza liberale delle forze, in vista di traguardi più ambiziosi: trascinare tutte le forze popolari (leggasi Dc) verso la trasformazione socialista del Paese. 

Vasto programma, non c'è che dire, decisamente autoillusorio. I tre articoli di Rinascita sono fondati su questo impianto culturale, in continuità con la togliattiana "democrazia progressiva" e con la concezione del sistema dei partiti come "democrazia che si organizza". Da quest'ultima, osserva Claudia Mancina, derivava una concezione organicista e paternalistica della società: "Classe, partito-stato" era il circuito classico, dentro al quale al partito-principe gramsciano toccava la primazia sulla società civile. Della concezione distorta della democrazia faceva parte anche la sottovalutazione del problema della governabilità. Di qui l'insensibilità totale ad ogni ipotesi di cambiamento della legge elettorale e degli ordinamenti costituzionali. Anche soltanto sollevare il tema, come farà Craxi con l'idea della "grande riforma", e revocare in dubbio assemblearismo e proporzionalismo sarà considerato cedimento all'autoritarismo, alla reazione. Dibattiti d'antan? Basta leggere oggi le reazioni all'idea del cambiamento di funzioni del Senato per rendersi conto che il passato si ostina a non passare; un bel pezzo del Pd, a tutt'oggi, sta in fila dietro a un noto comico, che ha raccontato urbi et orbi "la favola bella" della "Costituzione più bella del mondo". Insensibilità che affonda le radici in un tempo archetipico, quello costituente, in cui il Pci potè godere del massimo della legittimazione e al quale occorreva tornare. 

La seconda categoria berlingueriana è quella della "diversità". Il Pci si autodescrive culturalmente e antropologicamente diverso dalla Dc, contraddittoriamente definita come partito popolare e come partito di ladri e di corrotti; ma, soprattutto è diverso dal Psi dell'avventuriero Craxi. È nell'intervista a Scalfari del 28 luglio 1981 che Berlinguer delinea compiutamente questo tratto, che in realtà era già attivo nella proposta dell'austerità del gennaio 1977 al Teatro Eliseo di Roma e che si manifesterà nell'intransigenza con cui si opporrà, in nome della morale eroico-resistenziale dei comunisti, alla proposta di trattativa dello Stato con le Br per salvare la vita di Moro. Dopo la sconfitta della prospettiva del compromesso storico, Berlinguer "scarta sull'etica". Denunciando l'occupazione dello Stato da parte dei partiti, Berlinguer proclama ad alta voce "la diversità comunista". In che cosa consista, lo dice bene Pier Paolo Pasolini, citato da Claudia Mancina: "Il Partito comunista italiano è un paese pulito in un paese sporco, un paese onesto in un paese disonesto, un paese intelligente in un paese idiota, un paese colto in un paese ignorante, un paese umanistico in un paese consumistico". 



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