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FOTOGRAFIA/ Salgado, alla ricerca del "primo sguardo"

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Courtesy of Taschen ©Sebastião Salgado  Courtesy of Taschen ©Sebastião Salgado

Genesi, principio e origine di tutte le cose. Interrogarsi a fondo su questo concetto significa, ad un tempo, sondare le profondità del destino ultimo del mondo e dell'uomo. In ciò sta la grandezza del progetto di Sebastião Salgado, nel mostrare attraverso l'immagine fotografica non solo l'equilibrio mirabile e le simmetrie abissali della natura ma anche il confine sottilissimo che separa la civilizzazione dal disastro. Al di là di certo ambientalismo di maniera, Salgado solca la superficie del pianeta alla ricerca di una dimensione autentica e primigenia del rapporto fra uomo e ambiente, senza scadere nella facile retorica della denuncia ecologista ma semplicemente mostrando la possibilità reale e tangibile di una dimensione edenica e incontaminata dai germi del modernismo industrializzato. 

Ghiacciai, foreste, vallate a perdita d'occhio si rispecchiano nei volti antichissimi di popolazioni indigene come gli Yanomami e i Cayapó dell'Amazzonia brasiliana, i Pigmei delle foreste equatoriali del Congo settentrionale, i Boscimani del deserto del Kalahari in Sudafrica, le tribù Himba del deserto namibico e quelle più remote delle foreste della Nuova Guinea. Nel corso degli ultimi dieci anni Salgado ha battuto i sentieri più impervi e si è immerso nelle culture più arcaiche, secondo i dettami etnografici dell'osservazione partecipante e del contatto profondo con individui e culture relegate ai margini dell'onnipresente sguardo tecnologico occidentale. Da questa coda dell'occhio, da questo fuori-campo che coincide con un fuori-tempo, egli riemerge con centinaia di immagini di assoluta potenza e purezza, capaci di scavare a fondo nella coscienza e di portare alla luce una nostalgia assoluta.

La gestione dello spazio e della composizione sono, in Salgado, gli strumenti formali attraverso i quali accedere paradossalmente al tempo come misura dell'anima; il tempo geologico delle erosioni, delle acque che scavano nei calanchi e delle rughe sui volti di uomini e donne; il tempo che si struttura in mutazioni, membra e organi di mammiferi e rettili; il tempo della natura, in definitiva, che trascende l'individuo e lo proietta in una dimensione fatta di mito e divinità. L'ideale romantico della bellezza abissale, del sublime kantiano dinanzi alla potenza e grandezza del cielo e del mare, non ha forse mai ricevuto una simile traduzione in immagini, e in esse il fotografo brasiliano riesce a trasmettere una passione vitale inesauribile. 

Una passione strettamente legata alla sua storia personale: nato e cresciuto in un'immensa azienda agricola brasiliana, ha potuto sperimentare direttamente la distruzione e la deforestazione di un patrimonio inestimabile. Ma grazie alla fama acquisita in virtù della sua arte ha potuto, nel corso degli ultimi decenni, lavorare alla ricostruzione di un paradiso. Un progetto titanico, una raccolta di fondi a livello globale grazie al quale sono stati piantati quasi due milioni di alberi appartenenti a 300 specie differenti. 



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