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BERNANOS/ Dio attende con pazienza quel bambino che c'è in noi

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Georges Bernanos (1888-1948) (Immagine d'archivio)  Georges Bernanos (1888-1948) (Immagine d'archivio)

Bernanos scrive: «Non appena prendo la penna, ciò che mi si ridesta subito dentro è la mia infanzia, la mia infanzia così normale, così simile alle altre e da cui, tuttavia, prendo tutto quello che scrivo come una fonte inesauribile di sogni. I volti e i paesaggi della mia infanzia, tutti mescolati, confusi agitati in questo spazio di memoria incosciente che fa di me quello che sono, un romanziere e, se Dio vuole, anche un poeta» (p. 176). L'universo come lui lo concepisce, fa notare Albert Béguin, «non si divide tra buoni e cattivi, ma tra i santi, che, sono rimasti fedeli alla propria infanzia, e gli infelici che l'hanno perduta» (p. 41). E che, prima o poi, «si voltano verso di essa» e, anche nei momenti più bui della propria vita, hanno nostalgia di essa o la ritrovano stando vicini ai «santi» che li circondano.

A proposito del suo Diario di un curato – iniziato nel 1934 – Bernanos, un anno dopo, osserva: «Ho deciso di scrivere il diario di un giovane curato, al suo ingresso in una parrocchia. Egli si complica la vita, fa il diavolo a quattro, fa progetti mirifici, naturalmente destinati al fallimento, si lascia più o meno abbindolare da degli imbecilli, delle depravate, dei mascalzoni, e quando crederà che tutto sia perduto, avrà servito il buon Dio nella misura stessa in cui non lo avrà fatto» (p. 174). Nel 1936, terminato il libro, aggiunge, in risposta a quelli che affermano il contrario, «C'è il curato di Torcy, il dottor Delbende, la Contessa, Chantal, la cara piccola pollastrella dello spretato [alla fine del romanzo] – mai, in nessun mio libro, ho inserito (?) tanti bambini ed eroi come in questo» (p.176). E lo stesso anno: «Sì, amo questo libro. Lo amo come se non facesse parte di me (?)». Chi non lo ama (?), anche se la lettura di questo grande romanzo non è per niente facile!



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