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1914-2014/ 28 luglio, la guerra totale dell'uomo-macchina

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Dresda dopo i bombardamenti alleati del 13-15 febbraio 1945 (Immagine d'archivio)  Dresda dopo i bombardamenti alleati del 13-15 febbraio 1945 (Immagine d'archivio)

La mobilitazione civile diviene anche e sempre di più astensione da ciò che può mettere in questione lo sforzo militare, accettazione piena di quanto disposto dalle autorità, rinuncia alle usuali libertà individuali, prima di tutto quelle di opinione e di espressione, e questo per intimo autoconvincimento di essere dalla parte del giusto, più ancora che per strumenti coercitivi esterni.

Da questo punto di vista la mobilitazione è totale perché fa venir meno ogni residua distinzione tra stato, società e individuo. Il concetto si trova magnificamente espresso in un breve saggio di Ernst Jünger, eroe della Grande Guerra, romanziere e filosofo, intitolato, appunto: "La mobilitazione totale" (Die totale Mobilmachung, 1930), dove quest'ultima è definita «non come una misura da eseguire, ma qualcosa che si compie da sé; essa è, in guerra e in pace, l'espressione della legge misteriosa e inesorabile a cui ci consegna l'età delle masse e delle macchine». Per Jünger, il «lato tecnico» della mobilitazione – quello militare, industriale, finanziario − «non è quello decisivo. Il suo vero presupposto si trova, come il presupposto di ogni tecnica, a un livello più profondo, che possiamo chiamare disponibilità alla mobilitazione». E, ripensando alla Grande Guerra, Jünger constata: «Questa disponibilità era presente in tutti i paesi; la Guerra mondiale è stata una delle guerre più popolari che la storia abbia conosciuto». 

Ora, la capacità di accendere e rafforzare questa disponibilità e, dunque, di procedere a una mobilitazione realmente "totale" è propria più delle democrazie industriali e liberali occidentali che dei sistemi misti, come erano la Prussia o l'Impero Austro-Ungarico, stati in cui «l'universo delle forme medievali continuava a condurre una sua esistenza spettrale». Tale "disponibilità" assume, infatti, aspetti quasi religiosi, propri, cioè, della nuova religione civile del progresso e della democrazia. Non a caso «negli Stati Uniti, paese dal regime costituzionale democratico, la mobilitazione poté procedere con misure di una drasticità che era risultata impossibile in uno Stato militare come la Prussia». Era il 1930 e Jünger, in piena crisi della Repubblica di Weimar, rifletteva sulle ragioni della sconfitta tedesca, mettendo in secondo piano non solo le giustificazioni storiche e giuridiche, ma anche l'impegno e il coraggio degli individui − cosa che non doveva certo riuscire né facile né spontanea all'ultimo decorato "Pour le Mérite" della storia militare prussiana −, per cogliere un mutamento, una rivoluzione senza precedenti, che avrebbe mostrato di lì a pochi anni, con la seconda guerra mondiale, la sua dimensione più tragica. 

Alla mobilitazione totale corrisponde, difatti, la guerra totale, vale a dire non più solo lo scontro diretto con l'esercito nemico, ma la distruzione di quanto lo supporta in qualche modo, dunque della stessa popolazione nemica. Anche su questo Jünger aveva visto lontano e, ripensando ai primi bombardamenti della Grande Guerra, scriveva: «Il comandante di una squadriglia aerea che a notte fonda impartisce l'ordine di bombardare, non fa più alcuna distinzione tra militari e civili, e la nuvola di gas letale passa come un'ombra su ogni forma di vita». Guernica, Coventry, Dresda, Hiroshima sarebbero state, di lì a poco, alcune delle attuazioni pratiche di questa nuova dottrina militare.



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