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LETTURE/ Quella memoria (quasi) "morbosa" che ci rende felici

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 Sceneggiatore, romanziere, saggista, Francesco Piccolo (1964) si è aggiudicato il Premio Strega 2014 con “Il desiderio di essere come tutti” (Einaudi).

Per incontrarlo e conoscerlo meglio proponiamo la breve lettura del libro "Momenti di trascurabile felicità" (Einaudi). Una sorta di raccolta di ricordi, di riflessioni sulla scia de “I pensieri” di Pascal o di Leopardi o de “I ricordi” di Guicciardini o degli aforismi di La Rochefoucauld. Quello dei ricordi è un genere che nel tempo ha assunto un prestigio e una rilevanza letteraria. Come ben sottolinea il titolo, nel caso dell’opera di Piccolo, l’ambito è però circoscritto: le felicità trascurabili, quelle che rischi di non notare o di non apprezzare, quelle che sembrano immotivate e tutto sommato di poco conto.

È bello sorprendersi felici, collezionare le circostanze, mantenerne il ricordo, archiviarle nella memoria, riguardarle a posteriori. Perché “che senso ha vivere se non ricorda” (Pavese)? Quella di Piccolo è una memoria quasi “morbosa”, come lui definisce ad esempio quella relativa ai libri che ha letto, di cui ricorda tutto, cosa faceva mentre li leggeva, con chi ne parlava. È segno di un’attenzione profonda al reale e al vissuto e, nel contempo, è intrisa del sapore oraziano e ariostesco dell’esistenza, tutto proteso alla valorizzazione delle piccole cose, dalla spesa al supermercato agli appuntamenti con amici o con colleghi di lavoro.

La lettura del testo lascia in sé una piacevole sensazione, quasi liberante. Da cosa scaturisce questa percezione? Senz’altro dalla comicità dell’opera, e precisamente dal suo umorismo, secondo la famosa riflessione di Pirandello. L’umorismo nasce dalla condizione umana, che è sempre fuori chiave, come se l’uomo non fosse mai al suo posto e, impaurito dalla paura del vuoto e della vertigine conseguente, ricercasse una forma, lui che è sempre privo di forma. L’uomo si muove da un pensiero all’altro, da un ideale all’altro, incapace di mantenere fede ad un proposito, pensato, ma subito dopo rinnegato e tradito. L’osservazione ordinaria della realtà, però, porta l’uomo a rendersi conto della inconsistenza di tale visione dell’uomo. Tutti noi abbiamo, quindi, una consistenza tragicomica, ovvero il nostro io in alcuni momenti appare fortemente comico e potrebbe destare il riso di chi ci osserva oppure un sorriso benevolo nei più magnanimi. Siamo tutti comici o umoristici in particolari momenti della nostra esistenza, ovvero siamo inadatti alla circostanza, inadeguati, buffi: semidei che si pongono sul piedistallo di fronte agli altri, per  poi precipitare nella melma non appena la solitudine ci permette di lasciare l’insostenibile ruolo. La gradazione umoristica ha il dono di liberare dalla forma o meglio di abbracciarla mostrando come essa non sia cifra definitiva dell’io, non lo imprigioni in maniera irreparabile. L’umorismo sa comprendere le ragioni profonde del disagio dell’io. 



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