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LETTURE/ Elena Bono, una "voce interiore" emarginata (perché cattolica)

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Di Elena Bono, morta a 92 anni nel febbraio scorso, non si ricorda quasi nessuno, come per altro era stata dimenticata durante la sua lunga esistenza. Eppure si tratta di una personalità eccezionale, di una voce femminile tra le più originali del panorama culturale italiano del secondo Novecento. 

Figlia di uno studioso di letteratura greca e latina, Elena vive la fanciullezza a Recanati, all'ombra di "Giacomino" come lei lo chiamava; senza dubbio il pensieroso poeta non ha potuto non influenzare misteriosamente l'animo della ragazza. A dieci anni si trasferisce con la famiglia a Chiavari, dove il padre è preside del liceo classico; nella sua formazione ha un ruolo importante anche la nonna materna, abruzzese, amica della famiglia di Benedetto Croce. Dopo l'8 settembre del '43 la Bono deve sfollare sull'Appennino ligure, lì incontra i partigiani e con loro collabora fino alla Liberazione. Da questa esperienza nasce la trilogia Uomo e Superuomo, romanzo dalla struttura complessa che racconta la guerra vista da entrambi i fronti. Siamo negli anni Cinquanta, Elena Bono è una autrice di punta per Garzanti: oltre alle memorie partigiane, pubblica nel '52 la raccolta di poesie I galli notturni, nel '56 Morte di Adamo (racconti di ispirazione biblica). Emilio Cecchi recensisce il libro e lo definisce un capolavoro. Si prospetta una carriera per la Bono ricca di successi e di lettori; invece non è così.

Anche se continua a scrivere fino agli anni Ottanta e non le mancano i riconoscimenti (taluni di prestigio), la scrittrice è emarginata; perché? Troppo esplicitamente "cattolica", sostengono molti. Ma forse la motivazione è ancora più profonda, perché la Bono non ama schierarsi: è la sua opera a collocarla tra chi vede e denuncia la tragedia di un mondo al tramonto, la crisi della modernità. Elio Gioanola nella introduzione a Poesie. Opera Omnia, pubblicato da Le Mani di Recco (Ge) nel 2007, scrive: "Non che siano mancati all'opera della Bono riconoscimenti anche molto alti, specialmente per quanto riguarda il lavoro teatrale e narrativo, ma non c'è stato lo spontaneo e generoso consenso che spetta ai veri poeti. Perché questa opera […] chiede un impegno arduo di autentica comprensione, dal momento che tocca inquietamente, con limpida provocazione e spietata dolcezza, i nodi esistenziali profondi, che la frastornata contemporaneità rimuove. Questo poeta così classico e moderno, così lontano da ogni condiscendenza di qualsiasi tenore, riconosciuto agli esordi come una risorsa della giovane lirica italiana, non ha inseguito consonanze con le richieste, realistiche o sperimentali, delle poetiche del tempo, ma ha perseguito con ascetica dedizione la congiunzione assoluta di etica ed estetica, rinunciando in nome di questa verità a farsi largo con gli strumenti opportuni nell'affollato mondo dell'ufficialità letteraria".



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