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PAPA/ Il magistrato: giustizia e perdono, ecca la "riforma" di Francesco

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Si tratta di un'informazione banalizzante, emotiva ed ansiogena, quasi sempre disgiunta da un attento studio del dato di realtà e da una intelligenza del suo stesso significato: non si potrebbe predisporre terreno più adatto su cui far prosperare il populismo penale, intendendo con questa locuzione la tendenza politica ad apprestare placebo legislativi che fingano di rimuovere le cause delle ansie collettive suscitate da episodi di cronaca nera, ma che in realtà mirano soltanto a captare facili consensi. 

Così al primo reato commesso da soggetto in misura alternativa, o al primo riacutizzarsi, reale o mediatico, di un certo fenomeno criminale, si riaprono i consueti scenari: cubitali titoli di giornali e spettacolarizzazione televisiva del dolore confermeranno molti cittadini nei loro latenti timori, alimentandoli; timori che troveranno non disinteressata udienza in quei politici specialisti nel cogliere ogni opportunità demagogica offerta dalla nostra democrazia emotiva. 

L'altro grande e modernissimo spunto sul quale il Papa riflette è quello che fa leva sulla necessità diriparazione del danno causato.

La riparazione-mediazione costituisce il perno sul quale è destinato ad essere ripensato funditus il sistema sanzionatorio del futuro, secondo la direttrice già in parte imboccata dalla legge 28 aprile 2014, n. 67 ("Delega al governo in materia di pene detentive non carcerarie e di riforma del sistema sanzionatorio. Disposizioni in materia di sospensione del procedimento con messa alla prova e nei confronti degli irreperibili"). In particolare l'istituto della sospensione del procedimento con messa alla prova prevede che l'imputato assuma specifici impegni al fine di elidere o di attenuare le conseguenze del reato, considerando a tal fine il risarcimento del danno, le condotte riparatorie e le restituzioni, nonché le prescrizioni attinenti al lavoro di pubblica utilità ovvero all'attività di volontariato di rilievo sociale.

L'altra proposta, l'unica veramente in grado di organizzare un'efficace difesa contro la recidiva, passa attraverso l'idea di favorire nel colpevole il riconoscimento della propria colpa: per fare questo, è però necessario fornirgli tutti gli aiuti del caso affinché egli maturi, non si scoraggi e riesca a reimpostare la propria vita senza restare schiacciato dal peso delle sue miserie.

Quanta abissale distanza esista tra questa prospettiva ed il clima forcaiolo ("Buttiamo via le chiavi") che aleggia sempre più spesso anche tra i credenti, non è davvero il caso di sottolineare.

D'altronde, osserva il Papa, non poche volte la delinquenza affonda le sue radici nelle disuguaglianze economiche e sociali e nelle reti della corruzione e del crimine organizzato, che cercano complici tra i più potenti e vittime tra i più vulnerabili.

Per prevenire questo flagello, non basta dunque avere leggi giuste, ma è necessario formare persone responsabili e capaci di metterle in pratica: nulla di più efficace, a mio avviso, per declinare al meglio il paradigma dello scopo rieducativo della pena, stampato nel 3° comma dell'art. 27 della nostra Carta. 



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